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Quando, nel 2009-2010, sono andata a convivere, trasferendomi da Cecina a Terricciola, tempo un mese e nonno Renzo scoprì un nocciolo sulla spalla. Grave allarme, biopsia per istologico, i medici però ci dissero da subito che erano convinti fosse una metastasi. Iniziarono a rivoltarlo come un calzino. Io andai di fuori. Nonno Renzo è il babbo che ho avuto ma non mi ha mai considerato. Io mi ero appena trasferita ed ero distrutta, non riuscivo a studiare (mi mancava l’ultimo anno di università), non riuscivo a combinare nulla, piangevo e basta. Nel frattempo da tac, scintigrafie, risonanze, non venne fuori niente, il nocciolo si riduceva pian piano, e alla fine l’istologico disse che si trattava di una palletta di globuli bianchi morti non preoccupante. Festeggiamenti nel regno anche se io ci misi un bel po’ a riprendermi dalla bomba di malesseri psicosomatici che mi erano piombati addosso.

Negli anni ho pensato tante volte a quei giorni, ho pensato spesso che dovevo, in qualche modo, strutturarmi alla futura perdita. Non potevo continuare a fingere che i miei nonni sarebbero sempre stati con me, dovevo allenarmi a pensare che un giorno quel porto sicuro sarebbe venuto meno.

Ora sembra che quel giorno si stia avvicinando (per nonno Renzo), peraltro a un ritmo che fa molta paura. Il declino di Nonno Renzo è impetuoso, ogni settimana vedo un pezzettino di lui che ci saluta, a volte ci sono dei piccoli miglioramenti, che accogliamo con una gioia che riflette ancora quel pensiero ingenuotto per cui non riusciamo a rassegnarci all’ineluttabile (lo scrivo per convincermi, per me nonno è ancora immortale e inarrestabile). Insomma, però, io a questo giro sono imperturbabile.

Mentre lo scrivo mi sento terribilmente in colpa. Non capisco se sono diventata insensibile, se gli voglio meno bene, se sono cresciuta, se sono traumatizzata dal lutto di marzo. Insomma questa volta consolo io mamma e non viceversa. E poi consolo Chiara, che è in Germania a studiare e galleggia nelle condizioni in cui galleggiavo io l’altra volta (esattamente alla sua età, vedi il caso). Piango, a volte, ma non è quel dolore ingestibile che ricordavo, e questa cosa mi fa comunque soffrire molto. 

A volte penso che, un pochino, alcuni pezzettini di nonno li avevo già salutati; per esempio, negli ultimi anni è diventato molto sordo, parlarci è diventato sempre più difficile. Dovete sapere che nonno Renzo è universalmente ritenuto una specie di genio scientifico, sapete una di quelle persone abilissime nel calcolo a mente, con una memoria fotografica allucinante? Ecco, per tutta la mia vita parlare e consultarmi con lui è stato un piacere, per quanto reazionario e conservatore non si poteva non tener presente i suoi pensieri, perché erano ricchi di spunti e consapevolezza. Diventando molto sordo è diventato quasi impossibile fare discorsi complessi con lui, perché capirsi era diventato complicatissimo, nonostante la sua lucidità fosse inalterata (e questo gli causava una sorta di furiosa rassegnazione e mutismo). Ecco, a volte ho la sensazione di aver diluito un pezzetto di lutto in questa perdita di complessità dei nostri discorsi, anche se, giusto due settimane fa, quando la sua saturazione era sotto gli 80, ha comunque voluto parlare del referendum, alcune cose gliele ho scritte (io avevo fatto i compiti e sapevo tutto), ma mi è sembrato bello parlare con lui come una volta. 

Chiara dice che mi sto autoconvincendo di essere forte per non crollare, ma non credo sia così. Più che altro ci penso poco. Poi magari non riesco a parlarne, perché se ne parlo mi si spezza la voce e piango, però non è un chiodo fisso come l’ultima volta. 

Poi mi arrabbio su alcune piccole cose. I medici a Pisa hanno mentito, a lui e a noi. A lui hanno detto di non aver trovato segni neoplastici e quindi lui vive una sorta di furioso ottimismo per cui ben presto tornerà alle sue passeggiate, mentre io sento di aver salutato due settimane fa le sue gambe, che sono gonfie e non sembrano più le sue, e ieri invece erano fasciate con l’ossido di zinco, e noi siamo in difficoltà, come si contraddicono i medici? E mamma non è che fosse così lucida mentre comunicavano i responsi, se ne è resa conto solo dopo che a lei avevano detto  una cosa e a nonno un’altra. A noi hanno detto che sì, era un mesotelioma, ma nonno è così anziano, sicuramente avremmo avuto almeno un altro anno buono con lui e probabilmente due o tre in totale. Io strammai. Ma come? Pur nella mia ignoranza sapevo dell’aggressività del mesotelioma, ma che fai? Non ti fidi dei medici? quindi il pensiero va a un altro natale insieme, altre passeggiatine, altre cene. La seconda volta il tre non venne nominato, solo due, poi uno. Ora la fine dell’estate sembra un miraggio. Sembra chiaro che abbiano voluto darci la notizia in una sorta di presa di coscienza a tappe, ma a me che sapevo tutto dall’inizio sembra di essere stata presa in giro. 

E poi tutta questa freddezza, porca miseria, mi sono allenata a gestirla e ora devo gestire me stessa che la gestisco.

4 pensieri riguardo “

  1. In certi casi, come questo, ci si saluta un po’ per volta, con la crudeltà di queste malattie che sottraggono pezzi di vita a tappe. Tipo mio padre quando non ha potuto più guidare, e poi i ricoveri, e poi perdite di autonomia, imboccarlo. E’ comunque straziante. Ti abbraccio.

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