Reading is sexy

Il padre d’inverno, Andre Dubus

In pineta a Cecina Mare (la pineta a Cecina Mare, per me, è Il Luogo del Cuore, è bellissima, in ogni stagione in ogni orario, e correre o camminare lì è, semplicemente, una delle cose più belle che possano capitare) c’è una bancarella dei libri. C’è da almeno 29 anni, direi, visto che sono abbastanza certa che alcuni dei miei primi librini siano stati acquistati proprio lì, le passo davanti da altrettanti, e il Marito non può fare a meno, ogni volta, di brontolarmi perché non riesco ad evitare di fermarmi a spulciare. Dice che li conosco a memoria, quei librini, e in linea di massima ha ragione, perché è difficile che varino il repertorio, ma talvolta ci sono delle sorprese! L’anno scorso, per esempio, hanno aggiunto una piccola sezione con un sacco di romanzi di Dick, e io posso quindi leggermi tutte le trame immaginifiche che quello splendido scrittore ha tirato fuori dalla sua testa un po’ confusa (Cavoli, ancora non ho comprato il Dick annuale, debbo rimediare!).

Ma è stato un mesetto fa che tutte le mie soste sono state ripagate da una sorpresa splendente. Mimetizzato tra i gialli a 4,99€, sobrio ed elegante, c’era, nientepopodimeno che “Il padre d’inverno”, di Andre Dubus. Dubus non è esattamente il più famoso degli scrittori americani, eppure, non ho alcun dubbio in merito, ha scritto molti dei migliori racconti che abbia mai letto. Oltretutto è pubblicato in Italia da Mattioli 1885, una casa editrice che ha il merito di darci dei formati libidinosi. Il cartoncino ruvido della copertina, con i suoi colori tenui, così sobri ed eleganti, le pagine di quello spessore confortevole che ti fa balenare quell’ansia colpevole per cui ti domandi che ne sarà della foresta amazonica (poi penso che, lavorando in un’industria farmaceutica, produco tante di quelle tonnellate di documenti che è a lavoro che mi dovrei sentire in colpa, non mentre sfoglio un godurioso librino di racconti!), ma soprattutto quegli angoli smussati, che ti fanno sentire la mamma di un librino preziosissimo, tutto questo concorre a far sì che ogni volta che stringo fra le braccia un librino di Dubus io mi senta una lettrice realizzata. Oltre, ovviamente, agli splendidi racconti di cui sopra.

Ci vuole un po’ a capire perché Dubus è così speciale, perlomeno a una tarda e lenta come me, ma ora che mi sembra di aver capito anche ripensando alle letture passate mi compiaccio con me stessa in modo vagamente fastidioso. Ammetto peraltro che non è tutta farina del mio sacco, mi è venuto in mente leggendo una recensione a un suo libro che diceva che Dubus ama tutti i suoi personaggi. Ecco, per me non è esattamente questo che lo rende così speciale, ma avete presente quella famosissima frase di Pirandello?

“Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io. Vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io.”

(Che poi non so se capita anche a voi, con questo marasma delle fake news io ormai non cito più niente, vivo nel panico di diffondere notizie false e tendenziose, anche in buona fede, e nemmeno gli aforismi sono più al sicuro, difatti non riesco a capire dove esattamente Pirandello abbia detto questa cosa, per cui potrebbe non averla detta, ma ci accontenteremo del senso).

Dubus sembra fare esattamente questo con tutti i suoi personaggi. Proprio per questo fine lavoro di approfondimento ogni suo personaggio è vivido e reale, e proprio per questo Dubus non ha il minimo bisogno di trame complesse o variegate, no no, a lui basta uno sprazzo di vita reale per compiere il miracolo del racconto perfetto. Il padre d’inverno (che è l’ultimo racconto di questa raccolta) è esattamente così. Parla di un padre separato, dei suoi pensieri e delle sue difficoltà. Potrebbe essere uno qualunque dei padri separati che conosco (non esattamente qualunque, anzi, deve trattarsi di una persona intelligente e attenta, nonché una che voglia un gran bene ai suoi bambini e voglia continuare a condividere “cose” con loro, mica così scontato, a pensarci bene, e lo dico per esperienza personale). Una persona piena di pregi e difetti, come tutti noi, un uomo riflessivo, che forse non sa neppure di riflettere così tanto, perché i pensieri si sviluppano in profondità, e a volte noi ci rendiamo conto di quanto scavino le idee quando non ce ne accorgiamo, mentre guidiamo, per esempio, o mentre corriamo.

Dubus sembra essere quel padre, mentre scrive il suo racconto, ma sembra anche essere il padre del figlio ucciso, nel primo racconto, il vigilante dal corpo massiccio eroso dal tempo, il capitano della porta aerei che guarda volare via il comandante che ha coperto (potrei aver fatto confusione con i gradi, ma insomma ci siamo capiti, uno è la massima autorità sulla portaerei, l’altro il comandate del suo aereo), e mentre si sente esattamente come loro scrive divinamente come ci sentiamo anche noi, ci coglie in quei piccoli momenti anonimi, in cui, con lo sguardo perso nel vuoto, ci domandiamo come siamo finiti proprio in quel luogo, proprio in quel momento, proprio in quel modo (e altre mille e mille domande che ci attraversano furtive la mente mentre guidiamo, corriamo, o cerchiamo di addormentarci).

Tempo fa ho ascoltato la terza puntata del bellissimo podcast di Michela Murgia, Morgana, nel quale, parlando di Frances McDormand con Francesco Pacifico (non ho mai letto nulla di suo) dicevano che è molto difficile scrivere un film con protagonista donna anche perché nei secoli, avendo sempre avuto le donne relegate alle retroguardie della storia, ci siamo abituati a pensarle non come agenti “fattivi”, che operano cioè tramite azioni, bensì più come a individui con un mondo interiore da raccontare, per cui è più facile, nelle due ore e spiccioli che hai a disposizione in un film, raccontare il mondo di azione dell’uomo piuttosto che quello di pensiero della donna. La stessa differenza la si può riscontrare anche nella letteratura. Non so se sia davvero corretta questa interpretazione, o se magari abbia un fondo di verità, ma influisca giusto un 10% sulla questione, per me rimane il fatto che una vera parità è di là da arrivare, e questo influisce per il restante 90%, però credo che Dubus parli dei suoi protagonisti, in particolar modo uomini, come Murgia e Pacifico mi dicono che sono normalmente raccontate le donne. Gli uomini di Dubus hanno un mondo interiore minuzioso. Ecco perché non gli serve una trama, non gli serve nulla, solo una comune giornata di vita quotidiana da raccontarci.

Ho letto questo libro splendido a luglio, durante un fine settimana lungo a Valencia con la mia sorellina (che sono colpevolissima di non aver raccontato), in questa foto si vedono le ottime pastine e la cioccolata goduriosa, ma anche

l’orribile horchata, la bevanda tipica delle colazioni valenciane. E tutta la vita io voterò per il mio amato caffellatte!

9 pensieri riguardo “Il padre d’inverno, Andre Dubus

      1. Ora lo posso dire. L’avevo messo nella lista ed ora lo sto leggendo. Di “Non abitiamo più qui” sto per finire il primo racconto, è pazzesco quanto sia preciso nel descrivere le contraddizioni ma anche gli slanci dell’essere umano, così comuni. Andrè Dubus è certo sconosciuto ai più… e ciò è vero perchè leggere i suoi racconti ti può mettere davanti alle tue stesse contraddizioni e a pensieri scomodi.

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  1. Non l’ho mai letto, ma per come lo presenti attira parecchio. In effetti, facendo qualche veloce ricerca, sembra che quella frase non sia pirandelliana, dicono che forse è la traduzione di un antico proverbio indios. In ogni caso hai fatto bene a utilizzarla, visto che supporta in modo efficace l’idea che ti sei fatta su Dubus.

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