Nessuno dovrebbe andare al cinema se non crede agli ero

Sulla mia pelle

Una delle paure più frivole, ma contemporaneamente serie, che ho, con l’arrivo della NewNana, è il fatto che non riuscirò più a vedere filmini. Ai tempi del Nano, prima di tornare a frequentare il cinema, che è uno dei luoghi più magici in assoluto, per me, sono passati anni, e anche fermarsi sul divano due ore e spiccioli a guardare un film non era esattamente una passeggiata. Oltretutto il cinema è una di quelle passioni che mi unisce profondamente all’adorato adolescente irrequieto, e non vorrei assolutamente che la NewNana, con la sua inevitabile invadenza, mi facesse dimenticare questa cosa. Per cui, per il momento, con l’arrivo dell’autunno (autunnooooo? Dove sei? Ho caldo!!! Non riesco ad andare a correre in pausa pranzo!!! Mi costringi a svegliarmi all’alba e sono un cencio!!! Arriva!!!) uno dei mille buoni propositi è ritagliarsi settimanalmente un po’ di tempo per vedere un film insieme. Questa settimana la scelta è caduta, inevitabilmente, su “Sulla mia pelle”. Ci tengo a condividere con il Nano, per quanto possibile, una storia come questa, in cui, indipendentemente dalle verità processuali, che latitano, come spesso accade quando sono coinvolte le forze dell’ordine, la responsabilità sociale di una marea di persone è evidentemente venuta a mancare. Cucchi è morto, con due vertebre rotte, un’emorragia alla vescica, pesando quanto pesava, e purtroppo (o per fortuna) nessuna assoluzione può cancellare la terribile verità di quel corpo martoriato.

Uno dei pregi di questo film è l’assoluta assenza di una pericolosa santificazione di Stefano. Stefano è piuttosto descritto come una mezza testa di cazzo. Nonostante una famiglia che lo amava e lo aiutava, non riusciva a tenersi lontano dalle sostanze, non riusciva a trovare un suo equilibrio, ha le idee spesso confuse e, nella sua sofferenza, non è riuscito a gridare davvero il suo bisogno di aiuto (almeno questo è quello che ci mostra il film, cosa sia successo davvero non possiamo saperlo, ma il sospetto che sia andata più o meno così rimane, l’idea che una persona più lucida avrebbe preteso di essere ascoltata e curata, avrebbe capito che il dolore era troppo per non impuntarsi per essere aiutato).

Detto questo siamo davvero umani se lasciamo a loro stesse queste persone? Uomini e donne che, per un milione di motivi, non sono in grado di essere lucidi, di rimanere aggrappati saldamente alla vita, di essere gli efficienti ed efficaci soldatini che la società coopta per sostenersi? Il primo giorno in cui abbiamo aiutato il debole, colui che non poteva difendersi, in cui abbiamo pensato a un sistema pensionistico, a una previdenza sociale, alle forme di tutela per i disabili, abbiamo ripudiato in parte la selezione naturale che Charles Darwin ci ha giustamente spiegato; perché in questo caso non è stato lo stesso? Cosa ha impedito a molte, troppe persone, di aprire gli occhi? Molto più che sul pestaggio, di cui, giustamente, non si vede una scena, la luce dei riflettori è puntata su questo, sull’indifferenza, sul mero rispetto dei meccanismi burocratici che hanno impedito a una famiglia di vedere e capire cosa stava succedendo al figlio, ritrovandosi una mattina con una richiesta di autorizzazione all’autopsia.

È dura, dura, dura, guardare questo film, specie, credo, per noi “inquadrati”, che non possiamo che identificarci coi genitori e la sorella di Stefano, che, dopo anni di sofferenza per un figlio che non riesce a uscire da una sorta di infinita adolescenza ribelle, un figlio che faticano a capire, perché noi “inquadrati” questa adolescenza l’abbiamo sfangata, e ora il suo delirio di onnipotenza e le sue oscurità ci sembrano vicine e lontanissime (io le ricordo bene, benissimo, ma non capisco davvero perché ho rischiato sapendo di rischiare in moto con un fidanzato, perché ho guidato il motorino Mezza ubriaca e posso solo ringraziare perché mi è andata bene) si trovano invischiati in questa storia più grande di loro e si dibattono alla ricerca della verità.

Il più grande cazzotto nello stomaco ce lo prendiamo alla fine dell’udienza, quando viene confermata la custodia cautelare, e vediamo, sapendo benissimo come andrà a finire, Stefano abbandonarsi all’abbraccio del padre e vorremmo piangere, chiudere gli occhi, dimenticare, spegnere netflix, eppure continuiamo a guardare, arriviamo in fondo, perché è nostra responsabilità farlo, perché sappiamo che se leggiamo, se guardiamo certi film, la nostra sensibilità rimarrà viva, e potremo ricordarci, sempre, nonostante le cose brutte che ci riserva la vita, di Restare Umani.

8 pensieri riguardo “Sulla mia pelle

  1. Sono d’accordo con te su tutto. In una intervista successiva di Borghi ho letto una frase che ha aggiunto pelle d’oca a quella che già avevo. Lui dice: “interpretando Stefano, avrei voluto urlare per chiedere aiuto al posto suo”. Anche io ho provato rabbia nei suoi confronti, per non aver chiesto aiuto, per non aver detto: “si, portatemi al pronto soccorso” la prima sera. Ma d’altra parte nessuno può provare il suo dolore e quindi nessuno può capire i suoi pensieri. Si può solo ricordare e sperare che non succeda più… almeno sperare…

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      1. ti rispondo in ritardo… scusami.. l’incendio l’ho visto più o meno come te.. se dio vuole non mi ha coinvolta direttamente. Il film… allora è da vedere, dai..

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