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L’audiolibrone di marzo

Gi audiolibri di marzo sono solo due, ma siccome uno occupa un monte di spazio, ho deciso di dedicare loro un post. 

È che ho ascoltato Nella casa dei miei sogni, che per i miei gusti è uno di quei libri stracelebrati che alla fine ti fanno dire “embè” e allora dopo ho voluto andare sul sicuro e ascoltare il super classicone moderno della mia vita. 

Due parole però su Nella casa dei miei sogni. Principiamo col dire che il tema che affronta è uno di quelli di cui fa bene leggere, perché non è così semplice incontrarlo nella vita di tutti i giorni, ma allo stesso tempo è importante rendersi conto che la vita è anche altro da noi, e la contaminazione con una situazione differente è fondamentale per crescere, o almeno io la vedo così. Questo libro parla di violenza, soprattutto psicologica, in una coppia queer. L’ho trovato, però, piuttosto ripetitivo e poco centrato nella scrittura, che cerca di essere innovativa, specie nella ripartizione dei capitoli, per poi perdersi nella bruma. Insomma, meh.

Ma passiamo alla Cosa Grossa e Importante.

Per molti anni, quando mi hanno chiesto il mio scrittore vivente preferito (o forse quando me lo sono chiesta da sola, perché non è una domanda che mi fanno tutti i giorni, ahimé), mi sono risposta Philip Roth. Per un periodo ha condiviso il podio con McCarthy, a volte sopra l’uno a volte sopra l’altro, ma credo onestamente che Roth sia superiore (il problema è che sono innamorata di John Grady, capite, e quindi quando leggo di lui cado in una sorta di languore amoroso che mi obnubila). Ora è morto, quindi gli tocca combattere con Dostoevskij e DFW, ma insomma, Roth è stato un mio pilastro per una vita. E la cosa assurda è che, sebbene abbia letto diversi suoi libri (a cazzotto me ne venivano in mente 8, ma ho controllato su anobii -sono di epoca pre-goodreads- e sono ben 11) in realtà questo predominio sugli altri scrittori si fonda su tre libri, La macchia umana, Pastorale americana e Ho sposato un comunista. 

Ho letto La macchia umana in quinta superiore. Sedici anni fa. Sedici. Sedici. Sedici. E Pastorale americana nel 2008. Quattordici anni fa. Una vita. La gente diventa adulta, nel tempo in cui io non ho avuto il coraggio di riprenderne almeno uno.

Perché questo mi mancava, il coraggio. Avevo due paure. La prima era che mi piacessero meno. Insomma, a 20 e 24 anni avevo letto migliaia di libri meno di ora, magari l’epifania di questo scrittore era stata fondamentale, per la mia crescita, ma oggi mi sarebbe apparsa meno miracolosa, e ci sarei rimasta male (non rileggo Narciso e Boccadoro da quando avevo 14 anni proprio per questo!). La seconda paura riguardava il fatto che Roth è uno scrittore davvero cattivo. Mette a nudo la ciccia viva e la scartavetra. O almeno a me fa questo effetto. Se non mi avesse scartavetrato ci sarei rimasta male, ma se mi avesse scartavetrato, mi avrebbe fatto comunque male. 

Però stavo cercando un nuovo audiolibro, e volevo un audiolibro importante. Di solito, in questi casi, cerco un classico da riascoltare, e direi che Pastorale americana è decisamente un classico moderno.

Bum. Porca miseria che roba. Nessuna, nessunissima delusione. Roth si nasconde dietro Nathan Zuckerman che poi sparisce per lasciare spazio allo Svedese, che si piazza di fronte a noi e ci guarda in faccia. 

Della prima lettura avevo in particolare un ricordo. Abitavo ancora a casa dei miei, lo leggevo la sera, nel mio lettone a una piazza e mezzo, mentre Vale, quattrenne, dormiva con me. Ricordo che osservavo le linee nitide del suo viso e mi domandavo quale voragine ci avrebbe separato una volta arrivati all’adolescenza, e poi all’età adulta. 

Ho letto/ascoltato questo libro a distanza di 14 anni, tra i miei figli ce ne corrono 15, quindi paradossalmente entrambe le volte l’ho affrontato con un figlio della medesima età (più o meno), entrambe le volte in un momento in cui il contatto con il loro corpo morbido durante gli abbracci era (è) qualcosa da dare per scontato, in cui la vicinanza sembra(va) impossibile da mettere in discussione; eppure questo libro, tutte e due le volte, mi ha fatto pensare a quanto ognuno di noi sia un’isola, a quanta distanza può vangare il tempo, a quanto vane sono, in parte, le nostre rincorse dietro un ideale. Ho ripensato a Pastorale americana nel 2020, annus horribilis con Vale, pensavo che a volte avevo l’impressione di non conoscerlo, e mi veniva in mente Merry, con la sua calzetta lurida sul volto, allo Svedese che si ergeva, sempre e comunque, a figura esemplare e a me che arrancavo per recuperare, per tornare a dare per scontati gli abbracci. Non che non mi abbracciasse, Vale, intendiamoci, ma c’era una tensione continua, una vibrazione di rabbia di sottofondo che mi feriva oltre ogni dire.

Avere una figlietta piccola dopo aver passato la bufera dell’adolescenza del grande (proprio passata forse no, ma non c’è paragone, sono tornati i baci!!!) è una sensazione devastante, ed è tanto più devastante filtrandola con lo sguardo maledetto di Philip Roth, che non fa sconti nemmeno a piangere, nemmeno ad essere irreprensibili, niente, se la vita vuole, la vita prende. 

È stato un viaggio, Pastorale Americana è, per me, il grande romanzo americano, e credo che dovrò farci i conti tutta la vita.

2 pensieri riguardo “L’audiolibrone di marzo

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