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Libri di marzo

Febbraio salta. Marzo è stato il mio personale mese della devastazione. Non ho ancora ripreso a correre dopo l’incidente, giusto un paio di volte qualche faticoso km, ma non so di preciso come andrà per un bel po’ da quel punto di vista. Invece leggo e guardo film, in una sorta di chiusura dentro un mondo ovattato dove il passato la fa da padrona, perché è dolce ricordare che un mese e un giorno fa andava tutto bene (incredibile, mi era sembrato orribile gennaio!), e contemporaneamente penso al futuro, perché un incidente così ti mette di fronte alla caducità della vita e alla necessità di curare ciò che (e intendo soprattutto CHI) ami più che mai.  Ma insomma, marzo ha portato bei libri, senza esagerare, e va bene saltare un mese, ma due no!

Libri di carta

Stradario aggiornato di tutti i miei baci, Daniela Ranieri

Partiamo da questo. Ci ho messo quasi un mese a leggerlo, l’ho intervallato con altri libri, l’ho odiato amato odiato amato, riconsiderato. È entrato nella dozzina dello strega, e questo mi fa piacere, perché c’è molto poco che mi ispira fra quei libri e altrimenti non avrei niente di cui cianare sull’evento! 

Partiamo dal titolo. Quanto è brutto? Fa molto young adult romantico, un genere che non amavo nemmeno da adolescente, non l’avrei mai preso in considerazione se un lettore molto affidabile non l’avesse calorosamente consigliato.

La lingua è stupefacente. Ho l’abitudine di segnare in fondo al libro le parole che non conosco che trovo durante la lettura, non è frequentissimo che ne trovi, qui ben 8, tutte belle, ben usate, inserite in una scrittura comunque ricercata ed elegante, bello! (il libro era della biblioteca, le ho messe a lapis chiaro chiaro, in modo da cancellarle, ho fatto la foto, bene, ieri ho dovuto fare un hard reset del cell, foto perduta, era tra quelle che non andavano sul cloud, mondo sul ciuco, come direbbe nonna Meri, mi ricordo solo “lacerto” (che ho comunque capito, non so se a senso o per un vago ricordo, ma ora ce l’ho in testa!). 

Il tema è quanto di più estraneo a me esista, e questo, per me, è comunque un problema, perché va bene non avere pregiudizi, ma 700 pagine col filo conduttore delle storie amorose della protagonista mi hanno uccisa. Di per sé sarebbero state tutte interessanti, il medico, il frate, il contadino shabby chic, è il troppo che mi ha uccisa, alla fine odiavo con tutte le mie forze ogni singolo fidanzato. Tutti, senza eccezioni. E poi, ma dove e come vive questa? Non c’è nemmeno una donna, nella sua vita, nemmeno per sbaglio, amiche parenti conoscenti, tutte fagocitate dalle storie di amore etero della protagonista. Comunque scrittrice da tenere d’occhio. Rileggendo sembra mi sia piaciuto meno di quanto mi è piaciuto, me ne rendo conto, è che è difficile per il mio cervello coniugare una scrittura davvero notevole con argomenti che, a momenti, mi hanno ucciso. 

L’arte di legare le persone, Paolo Milone

Questo è il secondo dei due libri che ho letto per intervallare lo Stradario (il primo è la graphic novel “Come sopravvivere nel grande nord”, ma l’ho letto a febbraio, e abbiamo detto che febbraio è perso, no?). L’ho quasi interamente letto in sala di attesa della terapia intensiva del pronto soccorso dell’ospedale Cisanello, rimarrà strettamente legato a quel luogo, ne sono sicura, alle poltroncine di pelle nera, alle tre o quattro famiglie con cui abbiamo imparato a riconoscerci, in quelle due settimane, alle lacrime, al dolore, ma anche alla speranza.

Detto questo, sono una frequentatrice delle letture legate al mondo dei manicomi prima, ospedali psichiatrici poi. Alle superiori ho letto un paio di libri di Basaglia, ho letto un libro di Peppe Dell’Acqua, diversi di Tobino, in più la mia mamma ha fatto per dieci anni l’infermiera in psichiatria e i suoi racconti hanno costellato la mia infanzia e la mia adolescenza. 

Maigret e la casa del giudice, George Simenon

Insomma l’argomento mi interessa, e mi interessano i diversi approcci alla malattia mentale. Questo libro, in particolare, è molto emozionale, racconta molto anche il medico, e il mio suggerimento è di non fermarsi al titolo, che è solo uno dei tanti temi che queste pagine affrontano, assolutamente non prioritario, peraltro. Il contenimento fisico, che Milone approva ed ha applicato, è spiegato dal punto di vista di un medico che mi è parso molto umano, ma è un frammento di ciò che viene raccontato nel libro, che parla soprattutto di come un uomo, un medico, non possa immergersi nel dolore della malattia mentale senza uscirne, almeno in parte, mutato. Bello. Purtroppo corto.

Un Maigret molto minore, direi, anche questo letto nella solita sala d’attesa (lo stradario non lo portavo in giro, troppo grosso, quindi è libero dall'”effetto rianimazione”). Dimenticabilissimo, ma sono comunque grata a queste pagine (come quelle di Milone), perché riuscivano a regalarmi momenti di serenità, a farmi non dico dimenticare, ma almeno attenuare la sensazione di essere nel mezzo di uno tsunami.

Il convitto, Serhij Žadan

Ho sempre pensato che in guerra io durerei da Natale a Santo Stefano. Quando guardo film con azioni di guerra non capisco niente, non capisco chi spara a chi, non capisco nemmeno dove devo guardare, e mi immagino che nel caos sarei la prima a rimanerci secca. Leggendo queste pagine ho provato la stessa sensazione, ma ho anche capito di non essere l’unica. Pasa è come me. Non è adatto a quella confusione, a cogliere le cose al volo e sfruttare l’attimo. Le prime cento pagine sono state, devo dire, molto respingenti. Capivo poco, il protagonista non è la persona più facile col quale empatizzare, non è l’eroe, ma neppure l’antieroe, sembra semplicemente apatico e disinteressato a tutto. Eppure, a un certo punto, scatta un interruttore. Il fatto di sentirti respinto e di capire poco ti fa diventare tutt’uno con Pasa, e le sue peregrinazione diventano le tue. Gli ultimi giorni (è stata una lettura lenta, intervallata anche da un libro cuscinetto), questo libro (prima di dormire) mi accompagnava in un mondo onirico fatto di spari, fumo, paura, circospezione, ma questo non mi ha disturbato tantissimo (per carità, preferisco fare bei sogni) perché mi dava l’idea di essermi avvicinata, grazie a queste pagine, a sensazioni che spero, ovviamente, di non provare mai, ma che sono parte della storia dell’uomo.

Non posso dire “ecco, ho capito qualcosa della guerra in Ucraina”, dopo questa lettura, ma mi sembra di sapere qualcosa di nuovo sul clima di una città sull’orlo della guerra, mi sembra che davvero la frase che ho sentito da qualche giornalista negli ultimi giorni (non ricordo da chi) “Per informarsi, in questo momento, serve soprattutto leggere libri, approfondimenti, ascoltare podcast, non solo soffermarsi sui giornali” sia una verità assoluta.

Primo sangue, Amélie Nothomb

Sono molto legata ad Amelié, alcuni dei suoi libri autobiografici (su tutti Stupore e tremori e Metafisica dei tubi) per me sono delle perle. Amo molto meno i romanzi, sempre godibilissimi, molto simili ai fuochi d’artificio, splendidi, istantanei, ma dimenticabili. 

Questo libro parla del padre di Amélie, e della prima parte della sua vita, fino ai 28 anni, quando si ritrova nel mezzo di una trattativa tra ostaggi e rivoluzionari in Congo, dove è diplomatico per lo stato belga. Interessante, divertente, sfizioso, ma davvero niente di nuovo. 

Solo un pensiero mi ha colpito. Da piccoli vivere una situazione anomala rispetto al resto del mondo è spesso doloroso, eppure non riesco a far a meno di pensare che se tale situazione viene superata senza traumi, e non è scontato, dopo questa differenza si trasformerà in ricchezza. Un esempio stupido. Io mi sento arricchita dal fatto che i miei fossero separati in un momento in cui non lo era nessun genitore. Anche impoverita, eh, sono rimasta orfana di un affetto unitario, ma penso che essermi confrontata con questo tipo di dolore mi abbia, in qualche modo, forgiata. Questo non significa che io sia fortunata, significa semplicemente che ho avuto la possibilità di avere un’esperienza di crescita diversa (oggi è molto comune, ma quando ero piccola ero sempre l’unica figlia di separati, detestavo questa cosa, e detestavo che nei film e nei libri ci fossero spesso figli che approfittavano della situazione, che rabbia). Ecco avere un’infanzia inconsueta come quella del padre di Amélie, e poi come quella di Amélie stessa, esperienza, ben più particolare della mia, rende diversi, rende diversa la sensibilità, e questo lo sento sempre nei libri di Amélie, e mi piace molto!

Farò un post a parte per gli audiolibri, perché sennò vien fuori un post davvero troppo lungo!

11 pensieri riguardo “Libri di marzo

  1. Due cose al volo: W La metafisica dei tubi, libro adorato anche da me.
    Stamattina ho acceso il Kindle decisa a smaltire l’arretrato digitale, poca roba in realtà e tutta presa in super sconto se non gratis, tra cui STONER, poi mi sono ricordata che tu l’hai detestato (me lo confermi?) e niente, sono passata ad altro.

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    1. Sì, ma temo sia stato un problema mio. Ho detestato il fatto che Stoner non riesca a portare avanti le cose, l’ho sentito così vicino ai miei incubi peggiori che mi ha terrorizzato! Il fatto che non ci sia (o almeno che io ricordi) nemmeno un filo di ironia me l’ha reso davvero indigesto.

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  2. Ciao, post molto interessante. Anch’io ho dei libri letti in sale d’attesa di reparti ospedalieri… uno su tutti, Le case del malcontento, di Sacha Naspini, molto bello, per me legato indissolubilmente alla morte di mio fratello Sergio. Credo che non leggerò mai lo Stradario aggiornato, e nemmeno l’arte di legare mi attira, però anch’io su matti e manicomi ci sguazzo. Ti segnalo La prima verità di Simona Vinci e Nannetti, di Paolo Miorandi, appena uscito, molto bello. Buona Pasqua!

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    1. Le case del malcontento è un libro che ho amato molto, l’ho letto ad aprile del primo lock down ed è indissolubilmente legato a quel momento per me. Cercherò i libri che mi consigli, ma secondo me fai bene a scansare lo Stradario, fatica non del tutto ben riposta. Simona Vinci mi attira molto, proverò, l’altro proprio non lo conosco.

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  3. Paolo Miorandi è uno scrittore non molto noto, ma è straordinario. Nannetti è la storia di un matto ricoverato all’ospedale psichiatrico di Volterra, oggi dismesso, che scrisse tutta la sua vita e i suoi deliri sulle pareti del cortile del manicomio… è una storia vera, che Miorandi ha indagato e ricostruito poeticamente.

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