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La figlia unica, Guadalupe Nettel

I bambini non mi piacciono granché. Non mi sono mai piaciuti. Mi sono piaciuti parecchio i miei (Vale non è più classificabile come bambino, ahimé, anche se sarà sempre il mio piccolo, quindi parlo al passato), sembra egoista dirlo, lo capisco, ma mi tengo sempre a distanza da quelli degli altri. Però ho scoperto, quando mamma ha preso in affido una bambina bielorussa, che l’istinto materno è un’altra cosa, e che avrei potuto velocissimamente legarmi a quella bambina e prendermene cura come faccio coi miei (e Vale, rendendosene conto, è stato gelosissimo!), amandola con tutto il cuore. I bambini degli altri avrebbero continuato a non piacermi. Avrei potuto essere Laura, in questo libro (a parte per il fatto della divinazione, alla quale sono allergica e che mi provoca moti di repulsione), che non vuole figli (ho sempre considerato la mia vita super piena e super emozionante anche senza figli, quando lo dico mi guardano spesso male, questo non vuol dire che non siano i miei amori) ma i miei due figli sono arrivati per sbaglio (il primo ero giovanissima e scema, la seconda avevo un po’ di menate a livello ginecologico che, evidentemente, non erano così menate, visto che è arrivata lei alla prima svista!) e ho ritenuto che, per me, la cosa migliore fosse crescermeli, nella convinzione di essere in grado di tenere insieme tutto e nella consapevolezza di avere una famiglia dietro super supportiva. Se non fossero arrivati per sbaglio è possibile che non li avrei MAI cercati (fino a un mese prima di essere incinta di Ludo escludevo categoricamente di farne un altro!) eppure ora li amo e mi hanno regalato emozioni incredibili. Ecco, in questo libro anche una mamma come me, non unta dal sacro fuoco dei figli, si sente a casa. Perché la maternità è questione di contatto, di vicinanza, e c’entra il giusto con la genetica (ripeto, io ho sentito nel giro di pochi giorni che avrei potuto amare con lo stesso trasporto una bambina bielorussa che conoscevo da pochi giorni), la genetica serve perché un figlio te lo fai e te lo tieni vicino. È divertente, eh, scoprire in cosa sono simili a te o a qualcuno facente parte del tuo albero genealogico, ma credo che in buona parte siano ricostruzioni, e anche le somiglianze che sembrano innate a volte sono semplicemente frutto dell’osmosi dell’amore. E poi, per quel poco di genetica che ho studiato, ci sono rimescolamenti così assurdi che ricercare tracce di noi nei figli ha poco senso, credo. La maternità in questo libro non è una missione, e anche qui, ecco che mi sono trovata a casa. Ma non è un libro comodo, al contrario, con un linguaggio piano e senza capovolgimenti descrive roba devastante. Perché la genitorialità, in qualunque accezione, è devastante. Sempre, quando qualcuno arriva e diventa più importante di te, per te, e ti ritrovi con quei pezzi di cuore che se ne vanno in giro, baldanzosi, lontani da te, ecco che è lacerante. Non ci pensi quasi mai, o non troppo, mica puoi vivere così, poi arriva un libro e te lo ricorda. Siamo evanescenti, transitori, nonostante i bozzoli di amore che regaliamo.

Questo libro ricorda che i bozzoli di amore hanno forme diversissime e vanno bene qualunque sia la loro forma. Mi piace molto questo allentamento dei vincoli. 

A volte penso che la mia famiglia (inteso come mio piccolo nucleo familiare) sia troppo tradizionale, per come sono io, vorrei aprire le porte, essere un puntello per qualcuno, poi inciampo, e a fatica puntello me stessa. Ho la sensazione di crescere tutti (me stessa e patri compresi) in una chiusura che ci abbrutisce e ci acceca l’empatia. L’altro giorno ho chiesto a Vale se sarebbe disposto ad accogliere qualcuno in casa. Un maggiorenne, giocoforza, perché non ho un lavoro sufficientemente flessibile per pensare ad un minorenne. Lui mi ha detto di no, perché era casa sua, e io mi sono sentita un po’ fallimentare. E ci rimugino. 

Ci sono due pagine di questo libro, in particolare, che ho salvato nelle mie foto sul cell. La prima è la descrizione più esatta che abbia mai letto per una parte del rapporto con mia madre.

“A essere onesta, non sono mai andata d’accordo con mia madre. Anche se ci vogliamo molto bene, i nostri incontri sono pieni di frizioni e qualche volta anche di scintille dolorose. A quanto dice, sto sempre a rivangare il passato, e a lei non piace niente di quello che faccio nel presente. Noi figlie tendiamo a vedere negli errori delle nostre madri l’origine di tutti i nostri problemi, e le madri tendono a considerare i nostri difetti come la prova di un possibile fallimento. Per evitare conflitti, negli ultimi anni ho preferito non rivelare tutto ciò che penso, nascondendo le mie predilezioni e le mie fobie, diventando più ermetica possibile per scongiurare i suoi commenti taglienti, ma non mi verrebbe mai in mente di fare a meno di lei. Mentirei se dicessi che non ne ho bisogno; quando non c’è, mi sento priva di protezione”.

E l’altro è una verità che cerco di ricordare sempre, ma non è facile, almeno per me.

“Penso che a un certo punto tutte noi madri ci rendiamo conto di questa cosa: abbiamo i figli che abbiamo, non quelli che immaginavamo o quelli che ci sarebbe piaciuto avere, ed è con loro che dobbiamo fare i conti”. 

È davvero un libro bellissimo, io lo consiglio a tuttə. 

Altra cosa. Ci ripensavo. Questo libro è un manifesto per una cosa che mi interessa molto. Questo libro sventola bandiere contro il famoso “non sei madre non puoi capire”. Noooooooooooo (mia mamma è la portabandiera di questo modo di pensare, per dire). Ecco. È sempre difficile mettersi nei panni degli altri. Ma si fa da sempre. Ci si spiega, si parla, si empatizza. Si ragiona, si smitizza. Si impara, si vive. Guadalupe Nettel è proprio prodigiosa.

5 pensieri riguardo “La figlia unica, Guadalupe Nettel

  1. bel libro e interessante come tratta (e tratti) l’argomento della maternità. Sicuramente fa riflettere. Sul tema dell’adozione penso bisogna andarci cauti ed essere davvero tutti d’accordo nel fare il grande passo. Come insegnante ho visto tante e tante difficoltà.
    Buonanotte mia cara ..a presto 🙂
    p.s. non dirglielo mai che sono venuti per caso 😉

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    1. Sì sì, personalmente non parlavo di adozione, ma solo di accogliere per un periodo una persona adulta. So che ci sono molte difficoltà, e purtroppo una delle maggiori è che, perlomeno nelle realtà più piccole, è molto difficile trovare specialisti preparati che ti seguano in percorsi complessi. Vale lo sa bene di essere venuto per caso, ma spero sappia anche che questo non toglie niente all’amore che provo per lui!

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      1. sì, ho capito, .. sarebbe bello poter attuare il tuo progetto..io te lo auguro. Oltra a ciò dico che hai fatto bene a spiegare le cose a Vale, …non deve mai pensare di essere stato poco desiderato

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    1. Non so se per Laura si possa parlare di surrogato di maternità, però capisco cosa intendi, l’impressione è che si debba in qualche modo fare i conti con le maternità, se non nostre altrui, e io spero che anche questo, pian piano, venga meno, e che l’influenza culturale della maternità come mito si attenui!

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