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La dittatura del calcetto

Devo trovare il modo di scrivere qualcosa del discorso calcetto. Sono rimasta basita dalla storia di Aurora Leone (non la conoscevo come non conoscevo i The Jackal, credo di aver capito che sono un gruppo comico, ma non è questo che conta), ma ha risvegliato dentro di me delle reminiscenze pesanti. Faccio una premessa. Sono un’ingegnera. Ho studiato in un ambiente molto maschile, ho lavorato e lavoro con molti molti uomini. Mi capita assai frequentemente di essere l’unica donna in una riunione, mi capita spesso di pensare che essere una donna mi abbia penalizzato un po’, in media i miei colleghi sono più cafoni e irruenti di me, e questo li porta a mettersi più in mostra di me. L’educazione della “femmina” che deve fare per benino è, in qualche modo, ancora radicata in me. Però non me ne lamento. Mi impegno e ho un buon lavoro, a volte mi annoio, altre lo trovo bello. Ho costruito una scorza importante alle goliardie maschili (ora succede meno spesso, ma immaginate un gruppo di ingegneri sotto i 30 anni, vi garantisco che, una volta fatta l’abitudine a me donna, sono usciti discorso di volgarità inaudita, e io li ho sopportati con una certa nonchalance. Li accetterei oggi? No, e non li accetto, ma a 25-26-27 anni stavo prendendo le misure col mio essere ingegnera nel mondo). Oggi le mie arringhe femministe intersezionaliste le conosce tutta l’azienda, a volte mi prendono in giro, ma non mi tiro mai indietro. Eppure, mai sono stata perculeggiata come quando ho provato a spiegare la dittatura del calcetto, come la chiamavo io, e le sue ricadute sulle donne. Racconterò due episodi arci istruttivi, secondo me.

Primo anno di ingegneria. Io faccio in su e in giù da cecina a pisa, mi arrabatto con un bambino di due anni, e mi faccio un gran culo. Il prof di analisi, sicuramente un genio, pianto e lodato quando è morto, un paio di anni fa, veniva a fare lezione evidentemente ubriaco, mi sfiatava addosso il vino quando gli facevo le domande e organizzava mitici tornei di calcetto. Dopo questi tornei spesso si ritrovavano a casa di quelli che abitavano a Pisa e le pochissime bimbe cucinavano delle gran pastasciuttate. Ora mi fa schifo anche a scriverlo. Giuro, mi prudono le mani e mi fa piangere. All’esame, davanti a me, che strappo faticosamente a suon di esercizi un 24, arriva un ragazzo col suo scritto (un 18 striminzito) e gli dice “ah, te un bel 24, sei proprio bravo a giocare a calcetto”. Non so cosa sarebbe successo se avessi piantato un casino, ma a pisa generazioni di studenti sanno che questo è successo. (Mi piacerebbe mettere delle foto del suo profilo Facebook a dimostrare che personaggio fosse, ma non sono brava a pacioccare le foto, non vorrei mai che qualcuno si riconoscesse).

Lavoro da ingegnera. I miei colleghi propongono di organizzare una partita a calcetto. Io mi gaso e propongo una partita mista “le trovo io le altre bimbe!”, garantisco. D’istinto, tranquillo tranquillo, uno dei miei colleghi più equilibrati, peraltro un tronco con le gambe, me lo immagino il talento (ma sarebbe stato uguale), fa “daaaai, giocare con le donne fa schifo”. Non ricordo cosa gli ho risposto, ma se nel mare delle risposte acide che ho dovuto dare nella vit mi ricordo proprio questo episodio c’è un perché. Questo collega a un certo punto è diventato il mio capo (forse il migliore peraltro, lo stimo sia come persona che come ingegnere, e sarei curiosa di sapere se oggi darebbe ancora risposte come quella, forse glielo chiederò, prima o poi) e con gli altri miei colleghi che riportavano a lui, miei colleghi, diciamo, andava a giocare a calcetto, a volte. Io no. Non credo che mi abbia consciamente trattato diversamente, per questo. Ma non credo nemmeno che sia giusto, perché con un tuo compagno di calcetto il rapporto diventa giocoforza più affiatato.

In 5 anni di ingegneria e dieci di lavoro non mi sono mai lamentata per me. Oggi lo dico. La dittatura del calcetto fa schifo.

5 pensieri riguardo “La dittatura del calcetto

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