Reading is sexy

Libri di febbraio

Febbraio è un mese cortino cortino ma fastidioso. Non amo il Carnevale, ignoro San Valentino, è freddo in un momento in cui ne ho fin sopra i capelli del freddo, insomma, mi schifa.

In questo mese ho letto una roba grossa fastidiosa che vorrei proprio sconsigliare a tutti, pur non facendo il bene di questi tutti, visto che è un libro molto amato. Ma andiamo per ordine.

Il primo libro letto, in realtà, l’ho finito il 2, quindi l’ho letto più a gennaio che a febbraio, ed è stato La moglie del colonnello. Che pesantezza. Mi ha fatto una gran fatica leggerlo e mi ha urtato non poco. Al di là della relazione tossica, la protagonista ha un solo pensiero. Se stessa. Sempre. Comunque. E la Finlandia, d’accordo. È una donna che non ha mai smesso di “sentire” nazista. Senza il minimo rimorso. Io non ho proprio capito, e forse per questo non mi è particolarmente piaciuto. Lodi come sempre a Iperborea, comunque, perché il formato è bellissimo!

Poi ho letto Casa d’altri, di Silvio D’Arzo. Nel torneo dei racconti di Goodreads di cui ho parlato a dicembre era pubblicizzato come un piccolo capolavoro, a me non ha fatto impazzire, ne capisco il valore, ma, forse, è un po’ troppo intellettuale per me. I meccanismi umani da cogliere sono davvero impercettibili e non mi sono sentita all’altezza. Poco male, 120 pagine scritte comunque con grande raffinatezza.

E infine ecco la cosa grossa. Grossa di dimensioni, intendo. Ne ho scritto un post. Forse lì non l’ho sottolineato a sufficienza, ma è contemporaneamente incredibilmente verboso e avvolgente. Vuoi finirlo, per quanto poco ti possa piacere, e questo crea quel brutto conflitto interiore che ti fa dire “vuoi davvero giudicare male un libro che volevi in ogni modo portare in fondo? Non sarai una persona orribile per questo?” Ecco, io cerco di autoassolvermi. Ci sta che si voglia finire un libro, che un libro ci prenda, eppure si consideri questo libro un pacco. Credo anche di aver portato delle motivazioni a questa recensione negativa, perciò, senso di colpa, vade retro, Una vita come tante, di Hanya Yanagihara (adoro il suo nome, comunque) non mi è piaciuto.

Poi c’è un altro “figlio di SanPa”, uno di quei libri che ho letto sull’onda del mondo social intorno a me che parlava di roba correlata a San Patrignano. Pompeo, di Andrea Pazienza, non so se si possa definire graphic novel, credo di sì, fatto sta che è una cosa molto potente. Credo di essere una persona un po’ troppo razionale per poterlo apprezzare appieno, ma proverò a dire cosa ci vedo io. In questi ultimi giorni di Pompeo io ho visto tutta la disperazione di una persona geniale che sente che la sua quotidianità fatica ad accordarsi a quella visione epica della vita che sente premere dentro. Anche una persona normale può avvertire questa sensazione, ma riesce ad autocalibrare le sue aspettative, aggiustare la rotta, e accettare una certa quotidianità smitizzata. Una persona con la sensibilità di Pazienza no.

Dopodiché ho letto un’altra fregatura (ve l’ho detto che febbraio è brutto). K2 – La verità, storia di un caso, di Walter Bonatti. Ora, io mi domando, perché? Perché ripetere la stessa tesi in un libro venti volte? Ma non per modo di dire, eh. La ripete. E la ripete. E la ripete. E la ripete ancora. La prima volta è super interessante. La seconda è interessante. Nella terza ci sono le foto, oh guarda, Walter ha ragione. La quarta ti stufa. La quinta la odi. La sesta vorresti dargli torto anche se ha ragione, e così via. A me è dispiaciuto un sacco, ma ho sbagliato libro. Dovevo prendere Le mie montagne, ma io ero in particolare incuriosita dalla vicenda K2 e quando l’ho visto in biblioteca l’ho preso! Meno male non l’ho comprato. Dio che libro urticante.

Ed infine, dulcis in fundo, mi sono autosomministrata un’altra ciofeca. Anche in questo caso LO SAPEVO. Lo sapevo perché mi conosco, so cosa mi piace leggere e leggo da molti anni, perciò nel 90% dei casi intravedo tra le righe delle recensioni e delle quarte di copertina. Non voglio dire che faccio chissà quali intuizioni, ma semplicemente che individuo le caratteristiche che non amo nei libri, come un piccolo segugio, e lo scaglio via da me! In questo caso il libro mi urlava, letteralmente, “Mi odierai!!!”, e io ho ignorato il tutto perché sono masochista, evidentemente. Non è vero, l’ho ignorato perché ne ha parlato davvero chiunque e mi sentivo esclusa. Sentivo che il mio volermi incarognire contro La città dei vivi poteva sembrare una sorta di preconcetto borioso, sentivo che mi ero rotta di non aver nulla da dire e perciò, con tutta la buona grazia che sono riuscita a concedermi, ho affrontato queste 450 pagine di voyerismo. Allora, io odio le trasmissioni che parlano di cronaca nera (a parte quelle che parlano del mostro di firenze, ma appunto, si tratta di roba di 40 anni fa), non guardo un talk show uno che treschi con le vicende pruriginose che agitano la stampa, mi repellono tutti, perfino la Leosini, che viene letteralmente idolatrata sui social, e che ho guardato una volta che intervistava la cugina della ragazzina di Avetrano uccisa, per farmi un’idea, mi è sembrata una rimestatrice di interiora sanguinolente, per cui mai più mai poi. Ho una sorta di adorazione per Picozzi, ma lo scanso in tv, ascolto solo CSI Milano su radio 105 e leggo i suoi libri. Insomma, la cronaca nera sensazionalistica mi fa schifo. Ecco, io non voglio dire che La città della gioia sia al livello dei talk show pomeridiani, ma non mi sentirei nemmeno di affermare che faccia granché di meglio. L’assassinio di Luca Varani, per me, era rimasto isolato in un limbo lontano perché lo sciacallaggio che avevo intravisto mi aveva inorridito. Ecco, io non volevo leggere i whatsapp, non volevo leggere della fidanzata di Luca, non volevo leggere pagine e pagine di congetture (che non portavano e non potevano portare da nessuna parte) su chi dei due avesse avuto l’idea dell’omicidio perché è solo roba pruriginosa che eccita l’istinto voyeristico e non serve a nulla. E questa parte è ENORMEMENTE preponderante sulle analisi del perché, su dove nasca questo tipo di male, ed io ho detestato queste pagine. Ma poi, aver voluto fare questo parallelismo tra l’omicidio e la città di Roma, dipinta come una novella città di Dite, una roba grottesca sul male che si sprigiona dall’appartamento dell’omicidio, veramente, ma che robaccia fantasy di quart’ordine è? Ora la domanda a me è sorta spontanea. Ma davvero tutti gli scrittori italiani che ne hanno parlato come di un capolavoro pensavano una cosa del genere? Davvero era un libro da andare primo nelle classifiche di qualità della penisola? Oppure c’è, in qualche modo, un universo chiuso che si concepisce come fine a se stesso e si fa delle marchette (eh, sì, queste sì) stratosferiche?

Che mese di cacca. Meno male è iniziato marzo (l’ho iniziato andando sul sicuro! ;))

8 pensieri riguardo “Libri di febbraio

  1. Ma che brutta cosa le letture che non danno supporto-consolazione-gioia-evasione in questo periodo che ha già le sue notevoli grane. Brava, bravissima tu a sviscerare i motivi per cui le letture non ti sono piaciuta, trovo un leggero masochismo in alcune tue consapevoli scelte, ma lo dico con ammirazione. E vai con marzo, allora.

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  2. Non ho letto e non credo proprio che leggerò La città dei vivi. Non mi ispira per nulla. Di Lagioia ho letto due libri anni fa, quando era una giovane promessa della letteratura: Occidente per principianti e Riportando tutto a casa. Nessuno dei due mi ha fatto impazzire, e ho abbandonato questo autore

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