Reading is sexy

Una vita come tante, Hanya Yanagihara

Mi sono tenuta lontana da questo libro finché ho potuto. Dentro di me sapevo. Lo sapevo dalla copertina che mi ricordava in modo grottesco il meme di Dawson che piange.

Lo sapevo dal fatto che odio quando nei libri viene propinato a secchiate dolore fine a se stesso, in una sorta di captatio benevolentiae che con me non funziona proprio. Però me l’ha regalato Chiara, e per dieci giorni ci siamo scambiate decine di whatsapp infamando i protagonisti (e sentendoci un po’ ciniche, talvolta). Non ne vale la pena, a meno che non vi piaccia il dolore fine a se stesso o non abbiate una persona a cui volete molto bene (e con cui non vi vergognate dei moti di cattiveria) con cui divertirvi a commentare le numerose assurdità che lo costellano. Giusto per nominarne alcune; diventano tutti assurdamente ricchi giovani, Jude è assurdamente bravo in tutto (sfidando le leggi della fisica, visto che le giornate hanno 24 ore anche per lui, per cui essere un raffinatissimo cuoco, un valente pianista, un commovente cantante, un infallibile avvocato che lavora 18 ore al giorno a volte di più, un provetto nuotatore, insomma ci siamo capiti), dai 16 anni in poi Jude, con una singola eccezione, conosce solo gente che lo adora in modo assurdo e che è disposta a dedicarsi h24 a lui (Andy docet).

A me questo libro ha fatto pensare alle oche con cui viene fatto il foie gras. Il dolore infilato a forza in qualunque anfratto del libro mi ha ricordato il modo in cui vengono forzosamente nutrite queste povere bestie dandomi quasi la nausea, ma non quella nausea che ti genera un libro capace di farti sentire il dolore della vita nella lettura (mi viene in mente l’intenso dolore che ho provato alla fine de “I ragazzi della Nickel”, o quello, vertiginoso, di Preghiera per Chernobyl) ma quella nausea dovuta al fatto che è tutto stonato, poco credibile e surreale. 

Come ha scritto qualcuno, poi, in 1080 pagine di libro, in cui si scavicchia in lungo e in largo la vita di questi rimbarcati, non c’è una donna che non sia qualcosa più di una vaga controfigura. Niente. Nulla. Nisba. Non pervenute. Ora, non è per voler essere pignolina, ma le donne sarebbero circa il 50% del mondo, forse qualcosina in più, ma davvero in queste pagine in cui ci si fa le seghe mentali su qualunque cosa non c’è stato spazio per una donna? E non è femminismo, eh. È parte di quel saporaccio poco credibile di cui dicevo sopra. 

Una cosa che mi è piaciuta sono i richiami alla luce negli ambienti. Mi spiego meglio. Quando ho comprato la mia casa, 3 anni e un po’ fa, una delle cose che NON ho guardato è la luce. Ora, voi penserete, questa è scema, ma, mettetevi nei miei panni, per tutta la mia vita io non ci ho fatto attenzione. Per tutta la mia vita di adulta ho lavorato fuori casa e, per me, il sabato e la domenica sono fatti per stare fuori, almeno di giorno. Non mi sono mai, e sottolineo, mai, posta il problema della luce. Arriva il lock down. BUM. Cambia tutto, si lavora da casa, tutto il giorno, tutti i giorni, il fine settimana a casa! Come mi piacerebbe, durante le lunghe ore al pc, sentirmi sempre inondata dal sole. Non che casa mia sia buia, peraltro lavoro in un ambiente farmaceutico, solo luci artificiali, quindi sono abituata, ma c’è un’ora magica, in sala, dalle 13 finché c’è luce, in cui il sole picchia diretto sulla finestra ed è fantastico. Peccato che io lavori nello studio. Che invece è buio. Ecco, la prossima casa la voglio con lo studio inondato di luce! Scusate la digressione, ma in queste 1080 pagine almeno per tre volte viene descritta una luce bellissima:

E poche pagine dopo:

“Alle cinque e mezzo la luce era perfetta: cremosa, densa e quasi grassa, come nella carrozza del treno poco prima, si espandeva ovunque, sprigionando ottimismo.” (Capisco perfettamente la sensazione).

E quindi? Come spiegarsi l’impatto di questo libro? In realtà un motivo c’è, queste pagine non lasciano indifferenti, un po’ con la ruffianeria di tipo 3 (ricordo i tipi, 1 = sesso, 2 = violenza, 3 = intrigo/mistero, e qui tu VUOI sapere tutto quello che è successo a Jude per renderlo così assurdo, poi c’è la 4 = Carofiglio), un po’ con la sua scrittura agile e avvolgente, un po’ con il pungolo alla nostra parte voyer, che si confonde un po’ con la ruffianeria di cui sopra, alla fine leggi perché ti vuoi levare il dente. E perseveri per 1080 pagine, e dopo ti trovi a picchiettare infastidita sulla tastiera, convinta che, se al prossimo giro la Yanagihara eviterà di strafare e farcire alla morte (foie gras) il suo prossimo romanzo, potrà tirare fuori qualcosa di interessante.

Un pensiero riguardo “Una vita come tante, Hanya Yanagihara

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