Reading is sexy

Persone normali, Sally Rooney

C’erano grosse aspettative e un certo timore nei confronti di Persone Normali, di Sally Rooney. Le aspettative erano dovute alle recensioni abbastanza entusiastiche che avevo letto qua e là; il timore era invece dovuto al fatto che a me la trama ricordava pericolosamente quella di Un giorno, di David Nicholls. Ora, so che Un giorno è stato un successo clamoroso, ci hanno anche tirato fuori un film, ma io l’avevo veramente veramente odiato. Questi due che, anno dopo anno, si ribeccavano in una mezza storia d’amore incompiuta mi sembravano così insopportabili che quando l’avevo finito avevo giurato a me stessa che mai più avrei preso in mano un libro di quello scrittore. Una promessa mantenuta, peraltro.

Dunque ho preso Persone normali, in biblioteca, ed era la seconda lettura dell’anno, dopo Guida galattica per autostoppisti (divertente, adorabile l’ironia inglese), perciò, insomma, un investimento emotivo importante.

Non so se sono l’unica a cui capita, ma io mi sento sempre tremendamente in colpa quando non do le fantomatiche 5 stelline anobiane (ormai dovrei dire goodreadsiane, visto che la mia libreria su anobii è passata a miglior vita, e qui scatterebbe lacrimuccia di ordinanza, quanti ricordi bellissimi!) a un libro da cui non sono riuscita a staccarmi. Come posso non dare cinque stelline a un libro che mi ha reso molto più piacevole alzarmi la mattina, con la prospettiva dei miei 34 minuti di treno dedicati a Marianne e a Connell? Vinto il senso di colpa, comunque, mi concentro e schiaccio le più che dignitose 4 stelline, però dentro di me sento l’urgenza di motivare questa stellina mancante.

Allora, la trama è piuttosto banale, intrigante, però, quanto basta, perché tira fuori delle dinamiche sociali che, per coloro che non hanno dimenticato l’adolescenza e magari non si sono mai sentiti particolarmente popolari (sembra che mi pianga addosso, ma in realtà non ce n’è motivo, descriverei come un 7 la mia situazione sociale alle superiori, ma nonostante questo ricordo davvero bene tutti i disagi che mi premevano addosso), sono ancora abbastanza urticanti. C’è una lei, Marianne, ricca, con una famiglia disastrata, intelligente e molto poco popolare in quell’ambiente soffocante che è la scuola superiore (o comunque il suo analogo albionico), e c’è un lui, Connell, belloccio, bravo nello sport, intelligente, popolare, figlio della donna che fa le pulizie a casa di Marianne. Tra i due incomincia una relazione che però Connell vuole in ogni maniera tenere segreta, nell’oscuro terrore che questo possa intaccare il suo status. Negli anni le cose si evolveranno, più o meno lineari, ma tra i due rimane un legame forte. Banale, giusto?

Partiamo da quello che per me è stato il grande difetto del libro e cioè dal fatto che ho avuto la sensazione, per tutto il tempo, che questa trama fosse un’enorme bolla di sapone che sarebbe scoppiata non appena i due protagonisti si fossero parlati chiaro, e questo stratagemma narrativo, ultra abusato, specie nelle storie d’amore tout court, mi ha urtato oltremodo il sistema nervoso. Ci sta che all’inizio di un rapporto sia difficile capire se le aspettative dei due “attori” siano le stesse, ma se, anno dopo anno, ti capisci alla perfezione su tutto tranne che su quell’argomento (i sentimenti che, da anni, provate l’uno per l’altra) io a un certo punto storco il naso. C’era tanta carne al fuoco (specialmente se fosse stata messa un pochino più di attenzione verso i personaggi secondari, decisamente bidimensionali, tutti), non ci sarebbe stato nessun bisogno di arroccarsi su questa incomprensione, per una con il talento di Sally, per modellare questo romanzo.

Perché, porca miseria, tu leggi di questi due e davvero non riesci a staccarti dalle pagine. Parlano una lingua familiare, quella delle paure e delle (in)certezze a sedici, venti, venticinque anni, quella della difficoltà di riconciliare tutte le persone che sei. Ed è questo, per me, il vero tema del libro, la difficoltà di scambiare le varie odiose maschere che indossiamo a seconda della situazione, di ricompattare i vari io che abbiamo più o meno volontariamente creato, magari a partire da un equivoco iniziale, nei diversi mondi in cui viviamo. Marianne e Connell crescono non tanto perché si risolvono tra di loro, ma perché, col passare degli anni, le varie situazioni che frequentano iniziano a “riconoscerli” in personalità alle quali sentono di assomigliare, e questo è bellissimo e tanto tanto vero.

Giusto un piccolo pensiero collaterale. In giro ho letto di un sacco di paragoni illustri con Jane Austen. Ora, io non vorrei essere empia, ma faccio comunque outing. Di zia Jane ho letto Orgoglio e Pregiudizio, Ragione e Sentimento e Emma, mi sono divertita, ma non mi hanno mai fatto impazzire (sono capolavori, intendiamoci, ma il genere mi è così poco congeniale che non riesco a sentirmi segnata da questi romanzi come da altra letteratura). Forse per questo, se avessi Sally qui vicino a me sul treno, le direi (così per parlare, chi sono io per suggerire qualcosa a una scrittrice) che a volte penso che la Austen abbia fatto male a un bel po’ di scrittrici. Di Jane ce n’è stata una, ci sono (state) molte aspiranti emulatrici, ma lei (Sally) può essere qualcun’altra, qualcuna che non scomoderà questo paragone, perché, forse forse, la letteratura contemporanea, specie quella scritta da una donna, ha bisogno di altro. E Sally può essere davvero tanta tanta roba.

6 pensieri riguardo “Persone normali, Sally Rooney

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