Reading is sexy

Il dottor Zivago

Come ci si regola con un classico che ti è piaciuto alla follia per le prime 330 pagine (così, a cazzotto), e hai detestato per le rimanenti 100 (poesie finali escluse, che non ti hanno emozionato, ma forse è colpa tua che non sei abituata a leggere la poesia)? 

Chiunque si avvicini al Dottor Zivago e legga un minimo di sinossi in giro si sente dire che è una grandissima storia d’amore. Suppongo che con questa affermazione c’entri il fatto che il film pervade un po’ l’immaginario collettivo delle persone che ti dicono ciò, e magari il film è incentrato sulla storia d’amore tra Lara e Juri (ma del fatto che ho un collega di nome Juri che ho rischiato di chiamare Jurocka ne vogliamo parlare?), ma io non mi sentirei di definire questo libro una grandissima storia d’amore. Mi spingerò oltre, la parte della storia d’amore (le ultime 100 pagine, per l’appunto) mi è sembrata un’aggiunta posticcia e mal legata a un grandissimo libro. Un libro che, senza le eccessive menate di Juri e Lara, sarebbe stata un affresco incredibile sul periodo della rivoluzione di ottobre e degli anni immediatamente successivi. 

Ma andiamo per ordine. Quanto sono spettacolari le descrizioni di Pasternak? Ti perdi a leggere della sua visione dei paesaggi russi e vorresti essere lì, godere della meraviglia della natura e lasciar vagare lo spazio negli spazi immensi che l’immaginazione ti para davanti.

“I boschi erano terminati. Il treno si liberò dalla stretta del fogliame. Un dolce declivio muoveva da un burrone fino ad alzarsi lontano in larga collina. Era tutto coperto di appezzamenti coltivati a patate, di color verde scuro. In cima, dove le piantagioni cessavano, erano sparse intelaiature e vetri di serre smontate. Di faccia al declivio, verso la coda del treno, un’immensa nube nero-violacea campeggiava in mezzo al cielo. Da dietro cercavano di farsi strada i raggi del sole irradiandosi in tutte le direzionie accendendo di riflessi accecanti i vetri delle serre”.

E ancora.

“L’altro luogo era ancora più sorprendente.

Si trovava su un’altura a forma di cono, che da una parte finiva a picco. Sembrava che giù, sotto il burrone, dovesse essere diverso da sopra: con un fiume o un vallone o un prato sperduto, coperto d’erba alta. Invece, c’erano le stesse cose, solo a una profondità vertiginosa, a un altro livello: le stesse cose abbassatesi, scivolate con la sommità degli alberi. Doveva essere stata una grande frana.

Quasi che l’austera, epica foresta, alta fino alle nubi, avesse come perso l’equilibrio e fosse crollata giù per sprofondare in un baratro senza fine, ma al momento fatale, come per incanto, fosse riuscita a trattenersi ancora sulla terra. E ora, eccola laggiù, in fondo, che frusciava, incolume, intatta.”

Ecco, sono piccoli dettagli che non vorrei mai dimenticare di questo libro, per questo li ho copiati qui, per ritrovarli quando vorrò.

Mi è piaciuto molto il cammino verso la rivoluzione, Pasternak riesce a delineare molto bene la fatica di vivere della povera gente e lo sfacelo della guerra che dà il colpo di grazia, l’indignazione dei primi rivoluzionari, l’ardore di giustizia:

“Quel mondo di ignominia e falsità, dove una signorotta ben pasciuta osava guardare in quel modo quei poveri tonti che lavoravano ,e dove un alcolizzato vittima di quei sistemi provava gusto a perseguitare i suoi compagni di sventura, quel mondo gli era adesso più odioso che mai. Camminava rapidamente, come se quell’andare in fretta avesse potuto avvicinare il momento in cui tutto sulla terra sarebbe stato ragionevole e armonioso, quale ora si figurava nell’immaginazione.”

Si avverte la vibrazione di un popolo in fermento, dell’ansia di cambiamento, del desiderio diffuso di veder rovesciare tutto, è emozionante trovarsi in mezzo a tanto ardore, sono pagine preziosissime, pagine in cui senti la storia scorrerti addosso, come un fiume. E in tutto questo flusso c’è qualcosa di fermo, immobile, incomprensibile nell’immenso panta rei. Zivago non si muove, se non quando è costretto, Zivago non capisce, non riesce a solidarizzare con nessuno, ed è comprensibile, perché, visto lo sfacelo post rivoluzionario, si può dire che Zivago avesse capito tutto prima di tutti, eppure io non riuscivo a solidarizzare con quest’uomo. Perché non vedo in lui la fermezza del profeta, che non si butta nella mischia perché ha capito che finirà in una carneficina istituzionalizzata, ma l’immobilismo dell’eterno indeciso, di colui che non ha una bandiera non perché realmente indipendente in imbrigliabile (come forse potrebbe essere Strelnikov), ma perché troppo compreso nel suo mondo interiore. 

Ecco, nonostante il mio disappunto per le ultime 100 pagine (mi sono risultate enormemente faticose, perché il protagonista è completamente obnubilato dalla passione per Lara), Il Dottor Zivago mi ha fatto compagnia per oltre 20 giorni sul treno, e mi sento molto legata a lui. Era bellissimo svegliarsi, presto, far tutto di corsa, e sapere che sul treno mi aspettava la Russia post rivoluzione, che le pagine avrebbe dipinto nella mia immaginazione sterminate pianure mai viste, richiamato geli mai sperimentati, era confortante sapere che quelle pagine erano lì, per me. Non è facile trovare un libro così, e non è sempre il momento di affrontare letture così impegnative. In questa quadratura felice io riconosco la magia del lettore, essere un lettore è sempre un gran fortuna, ma a volte leggere somiglia proprio a un incantesimo, e io, per l’ennesima volta, chino il capo grata per questa magia.

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