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Piccola città, Vanessa Roghi

Era il ‘91, avevo 5 anni e, per le vacanze di Pasqua, mamma ed io andammo al paesello dei nonni. Non era un bel periodo, mamma e babbo si stavano separando, mamma era magrissima e pallida (questo non toglieva nulla alla sua bellezza), ma ci trasferiamo un po’ da nonno e nonna, e dunque andava tutto bene. Quella primavera, dai miei nonnini, c’era anche Annalisa. Non ricordo esattamente cosa mi dissero per giustificare il fatto che fosse lì. Sapevo che i nonni ospitavano delle ragazze bisognose, talvolta, e a me bastava dire che era povera e mi sarei certamente fatta in quattro per lei (ero talmente idealista, organizzavo mercatini, mandavo i miei risparmi in Africa, sensibilizzavo i miei compagni, chissà quando sono cambiata). Annalisa era così bella e figa (sebbene non usassi quel termine era esattamente quello che mi ispirava), con il suo accento esotico (veronese, ma per me abituata solo al livornese, il massimo dell’estraneo era il fiorentino degli amichetti estivi), la sua chitarra con la quale mi ha insegnato due canzoni che, da quel momento in poi, ho adorato, i suoi occhi verdi allungati, ma, soprattutto, il suo bindi, quel puntino rosso tatuato sulla fronte che mi faceva letteralmente impazzire!

Era anche un po’ strana, in un modo che non avrei saputo definire, e per il quale non mi mettevo a cercare un termine adatto, mi limitavo a godere della sua compagnia, quando non me la rubava mamma, perché legarono moltissimo, d’altra parte avevano 26 e 27 anni!

Stette con i nonni anche buona parte dell’estate, ricordo quando ci vennero a trovare e andammo al mare insieme, non ricordo esattamente quando tornò a Verona. Ricordo però che telefonava, spesso, a mamma o ai nonni, erano telefonate lunghe e un po’ misteriose, telefonate di incoraggiamenti e inviti. C’era qualcosa che tormentava Annalisa, là dove abitava lei, non sapevo cosa, ma sapevo che le dicevamo di tornare da noi per un po’, nel caso il tormento fosse diventato troppo forte.

Cosa fosse quel tormento l’ho scoperto solo l’anno dopo, quando ci hanno telefonato per dirci che Annalisa era morta di overdose, e allora mamma mi spiegò tutto quello che nella mia mente era rimasto in sospeso, la stranezza che non sapevo definire, il fratello morto di AIDS, le fughe a casa dei nonni quando gli spacciatori che la conoscevano le proponevano la roba e lei aveva paura di non resistere, e quel grande rimpianto dei nonni, perché quando Annalisa si è iniettata l’ultimo buco loro erano alla Mariapoli (sono dei focolarini appassionati), in quell’epoca lontana senza cellulari, in cui se non eri a casa era molto difficile se non impossibile rintracciarti, per cui non sapremo mai se Annalisa avesse provato a chiamarli per rifugiarsi da loro. Io piansi e mi arrabbiai per quella verità nascosta, ero convinta che se glielo avessi chiesto io lei non si sarebbe più drogata, ero convinta che l’avrei persuasa, ero piccolina e non sapevo nulla, ma quell’amica perduta mi pesava tantissimo sul cuore.

È con Annalisa sempre in mente che ho letto piccola città. Perché Annalisa è rimasta un buco nel mio cuore, perché era così luminosa che l’abisso dell’eroina su di lei proprio non sono mai riuscita a vederlo. Cercavo risposte, in Piccola Città, perché avevo letto che è un libro che affronta il tema senza il becero moralismo che trovo a volte, un libro che fa le domande giuste. Ed è così, è un bel libro, il libro di una storica che utilizza le fonti e ricostruisce la storia dell’eroina in italia. Una storia che si intreccia con quella dell’autrice, e mi dispiace che questa parte più personale sia meno approfondita, si sente però che è ancora un tasto doloroso, per lei, e si sente soprattutto che le persone a cui ha fatto domande, persone che ne sono uscite, fanno ancora a fatica a rimestare in quel passato di dipendenza. Sarò sincera, ripeto, è un bel libro, ma io sono rimasta con l’amaro in bocca. È che il buco nel cuore che ha lasciato Annalisa (e l’ho conosciuta pochissimo, badate, non è una mia impressione data dall’infanzia e dalla nostalgia, ne ho parlato in questi giorni anche con mamma e coi nonni, mi confermano che era una persona proprio speciale, oltre ad avere un’intelligenza molto superiore alla norma era divertente, dotatissima nella musica e nel canto, e anche bella, brillante e carismatica) non può probabilmente essere colmato da nessun libro. Quello che cerco io in un libro che parla di eroina è capire perché è così difficile starne lontana anche se sei disintossicata da oltre un anno, perché a quell’ultimo buco non potevi dire di no, perché non hai pensato ai tuoi amici toscani, che dopo 28 anni non ti hanno dimenticata e immaginano la donna che saresti potuta diventare (c’è ancora una piccola parte di me che pensa che se glielo avessi chiesto io lei non si sarebbe più drogata, meno male che mamma non me lo disse, altrimenti sarei diventata una rompiscatole tremenda e Annalisa sarebbe fuggita!), insomma, cerco qualcosa che non esiste, e penso quindi che se queste pagine possono risvegliare questo dolore in me (e indirettamente in mamma e nei nonni, perché in questi giorni ne abbiamo riparlato tanto, per telefono, abbiamo ricordato aneddoti, canzoni, sempre con l’ombra di quel telefono fisso che trillava mentre noi non c’eravamo), che alla fine sono stata solo l’amica piccina per pochi mesi, non so proprio dire quanto dolore abbia portato l’eroina a madri, padri, sorelle, fratelli, nonni.

Se ne parla troppo poco e si rischia di dimenticare una generazione perduta, giocandocene quindi altre nel futuro, come sempre quando si trascura la memoria. Un bel libro, anche se questa recensione parla solo di me.

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