Reading is sexy

Aria sottile, di Jon Krakauer

Avrei moltissimo da scrivere, ho un sacco di post a mezzo (credo che lo sbalzo ormonale di avere un bambino porti ad acuire tutte le sensazioni, belle e brutte, ogni libro, ogni film, ogni serie, mi lascia qualcosa, per non parlare della vita di tutti i giorni, mi sento letteralmente sopraffatta, da Ludo e da Vale, come se l’amore per la seconda piccina fosse entrato in risonanza con quello per il primo grande dandomi sensazioni, e paure, tutte nuove), ma quando tre giorni fa ho finito Aria sottile sono rimasta così fulminata da quelle pagine che mi sento in dovere, in qualche modo, di restituire un po’ della fortuna che ho avuto a leggerlo. Prima di tutto ringrazio Marta, perché sono state le sue recensioni sui libri legati all’alpinismo a indurmi a cercarli in biblioteca, prenotando il primo disponibile, grazie cara! Poi specifico che a me, in realtà, la scrittura di Jon Krakauer non piace. L’avevo detestato per Into The wild (a me la storia dello stordito che si avvelena con le bacche in Siberia perché ci è andato senza fare un corso con Bear Grylls urta il sistema nervoso, tanto più che proprio alla fine si accorge che happiness Is real only when shared) e anche qui devo dire che la sua scrittura mi lascia abbastanza fredda, tuttavia, in questo caso, è la storia, la mera sequenza di fatti e avvenimenti, ad essere talmente eccezionale che non ho potuto fare a meno di innamorarmi del libro. Per tre giorni me ne sono andata in giro con Ludo in braccio a destra e Aria sottile in braccio a sinistra, precipitandomi sull’Everest con Jon e la sua spedizione non appena la temibile creaturina mi lasciava un secondo di pace!

Ci tengo a precisare che sono totalmente digiuna di montagna, ho messo tre volte gli sci ai piedi (non perché non lo avrei desiderato, ma prima è stato un problema economico, dopo del Nano, perché la sua società sportiva da una certa età in poi vedeva di malocchio gli sport sulla neve) e sono stata un paio di volte ad arrampicare indoor, non sapevo assolutamente nulla sulle scalate dell’Everest e lo stesso Messner, per me, era solo il tizio che diceva “altissima purissima Levissima” nella pubblicità, perciò Il fascino di questa storia può stroncare chiunque.

Ma partiamo dall’inizio: Jon Krakauer partecipa alla spedizione commerciale guidata da Rob Hall, sponsorizzato dalla rivista Outdoor, per scalare l’Everest e scrivere un reportage della sua avventura. Le spedizioni commerciali sono “gite organizzate” da guide esperte che, in cambio di un’enorme quantità di denaro, ti aiutano a realizzare il sogno di scalare l’Everest, anche se non sei propriamente uno scalatore esperto. Prima di leggere questo libro io non avevo idea del fatto che le scalate dell’Everest avessero un tasso di mortalità tra il 10 e il 20% (a seconda delle fonti che ho trovato), e che ci siano montagne con tassi ancora più elevati, e non credevo che le previsioni del tempo fossero tanto incerte, a quelle altitudini, e le condizioni così proibitive. Tuttavia, mentre andavo avanti nella lettura e mi immergevo in questa sfida incredibile avvertivo tutto il fascino che un’esperienza come questa può esercitare. Questa sfida continua alla morte, alla paura, alle proprie capacità, deve essere qualcosa alla quale è davvero difficile resistere.

Non spoilero niente se dico che la spedizione di Rob Hall si risolverà in una tragedia, la vicenda è famosissima e, nel giro di due giorni, l’Everest si prenderà circa dieci vite, tra guide e clienti. E proprio la sequenza di fatti che porterà un numero incredibile di coincidenze ed errori di valutazione a sommarsi è analizzata in questo libro. Le storie dei vari scalatori e i loro sacrifici rimangono impressi nella mente, sembra impossibile pensare che un uomo possa sottoporsi a tali sofferenze per il desiderio di raggiungere la vetta di una montagna, eppure è così, è una parte di me li capisce benissimo, quella passione bruciante. Se è un’emozione indescrivibile, che ti fa sentire viva come non mai, terminare una maratona, non posso immaginare cosa possa voler dire trovarsi, dopo mille sofferenze, sul tetto del mondo. Tuttavia il prezzo da pagare è veramente elevato, la probabilità di non uscirne vivi non è trascurabile, e in ogni modo fisicamente è qualcosa di devastante, nel libro è spiegato chiaramente che a una certa altitudine il corpo inizia a morire, e per venirne fuori bisogna salire e scendere oltre quell’altitudine più in fretta possibile.

Non tutti saranno d’accordo, ma io non biasimo chi tenta questa avventura. Si mette in conto il rischio in cambio di un’esperienza incredibile. Anche umanamente. La fatica e la sofferenza uniscono molto, e io posso solo immaginare quanto deve sembrarti vicino il compagno con cui hai condiviso un’avventura così difficile. Posso solo immaginare il cuore che sembra esplodere quando sei lassù. Però credo che sia necessaria una regolamentazione molto rigida. Chi tenta questa impresa deve essere esperto e al massimo della forma. Mi è parso di capire, invece, che non sia esattamente così, Nepal e Cina guadagnano da queste spedizioni e non ci tengono ad essere troppo selettivi, e questo mi fa paura. Oltre a mettere a rischio altre persone, il fatto che pagando si possa comprare questa esperienza mi dà proprio fastidio. Krakauer diceva che una delle proposte per regolamentare le salite agli 8000 sarebbe imporre che vengano eseguite senza ossigeno, cosicché solo gli scalatori davvero esperti potrebbero affrontarle, ma ho la sensazione che difficilmente questa regola verrà davvero emanata, troppi interessi in ballo per ridurre così drasticamente il numero di potenziali scalatori.

Insomma, da quando ho letto queste pagine non posso fare a meno di tornare spessissimo, con la mente, a quelle montagne (e googlare per leggere nuove storie di scalatori, e cercare foto, e guardare i campi base, etc etc), questo è uno di quei rarissimi esempi di libri nei quali anche una scrittura che non ho amato riesce a trasportarmi dall’altra parte del mondo.

Non sono riuscita a raccontare a modo le sensazioni che mi ha dato, ma consiglio davvero a tutto questo libro, se non altro per avere un assaggio di un mondo nuovo e differente, un mondo in cui l’adrenalina, la paura e l’emozione scorrono impetuose e ti trascinano con sé.

Ps: presa dalla mia follia ho visto anche il film. Niente di che, aggiunge poco al libro, considerata l’ambientazione non è nemmeno così spettacolare (ma magari è una scelta, perché la sensazione è che l’attenzione sia volutamente incentrata sul fattore umano), giusto una nota di merito a Jake Gyllahahahah che è sempre splendido, io ogni sua manifestazione :).

9 pensieri riguardo “Aria sottile, di Jon Krakauer

  1. Io sono salito una volta, a 18 anni, sul Monte Rosa (solo alla Capanna Margherita, no alla vetta) e già lì avevo I miei seri problemi con l’ossigeno. Una volta pensavo che queste spedizioni fossero una figata, sempre meno lo penso negli anni, salvando chi lo fa “di mestiere”, gli alpinisti come Daniele Nardi che ci lasciano le penne per tentare una nuova via.

    Anche a me la modalità commerciale di accesso agli 8000 fa girare le scatole. Praticamente paghi profumatamente e vai.
    La commercializzazione di questo tipo di esperienze porta a svariati problemi. Ambientale: sugli 8000 c’è tanta spazzatura. Logistico: si deve fare in fretta a salire e scendere, ma se la spedizione è composta da venti persone (mi pare di ricordare) a. si possono formare code (come quelle all’Hillary Step, in questo caso) che rallentano la salita b. ciascuno dei componenti può avere un problema di salute, più gente c’è più la probabilità che ci sia un problema si alza. RIcordiamoci che nella zona della morte l’ossigeno ha un terzo della concentrazione normale e muovere ogni passo è una sfida.

    Tanto è vero che poi ‘sfiga ha voluto’ che il capo di una delle due spedizioni si sia sentito male, mentre l’altro si sia attardato per permettere a un suo cliente (in ritardo!) di andare in vetta. L’errore di valutazione è stato imperdonabile, secondo me. La ‘sfiga’ invece era un ‘te la vai a cercare’.

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    1. Vero, un errore imperdonabile, molto più grave, secondo me, di quello di Anatoli Bukreev, che è salito senza ossigeno pur essendo una guida. In ogni caso, pur disapprovando le spedizioni commerciali, un po’ di invidia per chi può regalarsi un’esperienza così la provo. Mi piacerebbe davvero avere il tempo e la possibilità di mettere alla prova la mia resistenza (ovviamente non su un monte Himalayano, ci mancherebbe, ma sperimentare la sensazione di salire, con le tue forze.

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      1. No io intendevo il contrario, ma non conoscendo le consuetudini non posso dare un giudizio, tuttavia, per quanto fosse una guida, tutto dipende dagli accordi presi dal capo spedizione Scott Fisher, secondo me se dall’inizio aveva dichiarato che sarebbe salito senza bombole stava a Fisher organizzarsi di conseguenza.

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      2. Sì, su questo non c’è dubbio, in fondo avrà il diritto di fare un po’ come gli pare anche lui. Ma resta il fatto che uno esparto (tipo una guida) dovrebbe essere sempre pronto a aiutare gli altri.

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  2. Grazie per averti ispirato! Io ho visto il film senza aver letto il libro…e la penso come te, sul fatto che sia più incentrato sulle persone che sulla montagna…e poi c’è Jake Gyllenblabla che basta per tutti 😉
    C’è un altro libro che ti consiglio, anche se racconta sempre di una tragedia, questa volta ambientata sul Monte Bianco negli anni 70, e si chiama “Frêney 1961” scritto da Marco Albino Ferrari. A me ha appassionato molto!

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  3. Bella restituzione, fa riflettere (in merito agli interessi economici che cozzano con l’incolumità delle persone) e allo stesso tempo coinvolge, grazie anche all’entusiasmo che traspare dalle tue parole. Non ho letto Krakauer, quindi mi stavo chiedendo se il suo stile di scrittura fosse più di tipo giornalistico, che non altro….

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    1. Sì, sicuramente lo stile è giornalistico, però non credo sia questo il mio problema con lui. Forse effettivamente è proprio una cronaca, per cui manca quasi completamente l’aspetto introspettivo, ripeto, in questo caso i fatti parlano da soli, e spazio per riflettere ce n’è più che a sufficienza, però a me, come lettrice, è mancato qualcosa.

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