Nessuno dovrebbe andare al cinema se non crede agli ero

Arrival (film primo in classifica del 2019, al momento)

È tutta la settimana che provo a scrivere un post sul film Arrival, non riuscendoci. Ne ho diverse bozze ma giro a vuoto, e ormai mi sono incaponita, non parlerò di niente altro finché non sarò riuscita (o almeno, finché non mi sembrerà di essere riuscita) a dire perché è il film più bello che abbia visto in questi primi due mesi del 2019.

Oltre ad essere incapace, evidentemente, di trasporre le mie impressioni per iscritto, il film presenta anche una difficoltà oggettiva. È molto difficile, infatti, spiegare quanto l’abbia amato senza spoilerarlo. Perché è uno di quei film in cui la trama e il suo sviluppo conta, e molto, perciò non vorrei davvero togliere a nessuno il piacere di scoprirlo.

Arrival è tratto dal racconto “Storie della tua vita”, incluso nella raccolta omonima, di Ted Chiang, un racconto eccezionale, si piazza nella top five, se non top three, dei migliori che abbia mai letto (ovviamente in cima, inarrivabile, c’è La breve vita felice di Francis Macomber, the One). Se non conoscente Chiang (io ho letto questi racconti e un suo romanzo, Il ciclo di vita degli oggetti software, un romanzo assai più bello del suo titolo), credo che una mossa saggia sarebbe precipitarvi a recuperare qualcosa di suo, perché scrive la fantascienza più “umana” che io abbia mai incontrato, una fantascienza nella quale le visioni futuristiche sono la scusa per raccontare l’uomo con un tratteggio acuto e delicato allo stesso momento, e forse in questo racconto ha raggiunto davvero il culmine di questa sua particolare abilità.

“Storie della mia vita” parla dell’arrivo degli alieni sulla terra, ma ne parla in un modo tale per cui, quando avevo letto che ne avrebbero tratto un film, sono rimasta piuttosto basita. Niente a che vedere con gli scenari catastrofici alla Indipendence Day, o all’orrore di Alien, o alla scanzonata spettacolarità di MIB. Non ci sono guerre, non ci sono combattimenti, praticamente non c’è azione. C’è solo un lungo percorso per imparare a comunicare con loro, con tutte le difficoltà che nascono nell’incontro tra due mondi completamente estranei. Cosa poteva farci Hollywood con una trama del genere?

Poteva innanzitutto prendere un’attrice meravigliosa come Amy Adams e farle fare la protagonista, Luoise, una nota linguista che viene interpellata come consulente dall’esercito americano per tentare di comunicare con i simpatici eptapodi (sì perché questi alienuzzi hanno sette tentacoli che funzionano da arti). Louise scopre così che gli eptapodi (gli alienuzzi a sette zampe) comunicano tramite dei logogrammi, una scrittura visivamente fatta di tondini da cui partono ghirigori, che però è assai figa perché permette di scrivere tramite uno solo di questi simboli un concetto complesso. Per di più, visto che non ha una direzione precisa (come la nostra che scriviamo da sinistra a destra), e neppure un inizio e una fine, quando parti a scrivere il tuo logogramma devi avere già ben chiaro in mente ciò che vuoi scrivere, per cui pensare nella lingua degli eptapodi richiede una specie di “riprogrammazione” della mente, che permette una sintesi molto più rapida e precisa dei rapporti causa-effetto. Ciò permette di avere con il tempo un rapporto molto diverso dal nostro, perché penetrare questa scrittura significa in qualche modo avere una visione più “avanzata” della consecutio temporum. Almeno questo è quello che penso di aver capito. 

Come dicevo sopra non è un film di azione, nonostante la presenza dell’astronave a forma di guscio e degli alieni possa trarre in inganno, per cui il ritmo è abbastanza dilatato, si procede piano, con lentezza, perché lenta è anche le decodifica di un linguaggio sconosciuto, per questo è bello, secondo me, godersi questo film in un momento di tranquillità e concentrazione, per gustarlo appieno, per assaporarne i dettagli. Io non ho fatto così, l’ho visto mezzo sul tapis roulant (che è una condizione abbastanza ottimale, per gli standard attuali), mezzo allattando la pupattola insonne, ma avendo letto il racconto mi è rimasto più semplice immergermi in questa atmosfera. 

Non credo di aver dato un’idea di quanto sia eccezionale questo film, ma mi rassegno e dico che il post va bene così, vorrei solo sottolineare ancora una volta quanto sia raro trovare un film che mantenga con un equilibrio così elegante e sentito la centralità di una trama complessa e innovativa e la centralità dell’uomo e del suo rapporto con il tempo, e conseguentemente con la vita. Lo consiglio davvero a tutti.

3 pensieri riguardo “Arrival (film primo in classifica del 2019, al momento)

  1. Ho letto la raccolta di racconti di Chiang, molto interessanti. Lui è un nerd fantascientifico, nel senso positivo del termine. Bello il commento sulla scrittura: il fatto che gli eptapodi debbano avere in mente tutto quello che hanno da dire prima di dirlo… servirebbe anche a noi umani… ma per noi umani, saprebbe tanto di programmazione neuro-linguistica 🙂

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