Reading is sexy

Librini prima metà di gennaio

Cappello introduttivo:

Post scritto prima della nascita della Ludo, che ora è qui con me, dal 18 gennaio, e riposa mentre io metto questo post sul blog (tutto ok!). Poi mi metterò a scrivere un po’ il resoconto di questi primi giorni con lei (ovviamente interessano solo me, ma mi sono dimenticata così tante cose di Vale, che se invece per Ludo ne appiccico qualcuna qui magari faccio cosa buona e giusta!).

Fine cappello introduttivo.

Dopo lo sfolgorante inizio anno “libresco” con “La casa della moschea” le cose stanno procedendo un po’ meno pirotecnicamente. Niente che mi abbia rivoltato l’anima, incollato alla pagina o tolto il sonno (per quello ci pensano le contrazioni, e, spero, entro breve, ci pensi Ludo!).

Quanto mi dai se mi sparo?

Avevo letto due recensioni molto molto belle di questo libro, su Goodreads (una di Wu Ming1), e immediatamente l’avevo prenotato in biblioteca. Non conosco praticamente nulla dell’Endrigo cantautore (e sono poco invogliata, dopo questa lettura), ma la malinconia e la dolcezza decantate dalle recensioni mi intrigavano. La trama è presto detta, un cantautore cinquantenne si ritrova a fare serate nelle balere o in discoteche semivuote, ignorato dall’industria discografica, e quindi escogita un preannunciato suicidio in diretta durante il suo ultimo concerto per godersi l’ultimo trionfo prima di morire e lasciare alla famiglia (che non sopporta) una barca di quattrini. Ossignore quanto mi è rimasto sulle palle questo Joe Birillo (il cantante protagonista). E siccome è chiaramente una proiezione dell’autore, indirettamente, quanto mi è rimasto sulle palle Endrigo! Io lo capisco, ci mancherebbe, che l’industria discografica possa fare schifo e che ritrovarsi a fare i conti col declino del successo sia difficile, ma io faccio fatica a sopportare la gente lamentosa, e fa parte della vita accettare il fatto che si invecchi, non c’è niente da fare, succede a tutti, o sei sean connery, e per qualche motivo sconosciuto riesci a rimanere figo anche a 80 anni, oppure, piano piano, devi concentrare la vita su cose differenti rispetto a quelle che ti piombavano addosso quando ne avevi 20 o 30. Joe Birillo non ci riesce e studia questo piano stupido e surreale. Libro inutile, fortunatamente piccino e veloce.

Una lunga domenica di passioni

Qui siamo su tutt’altro livello, eppure questo bel libro non mi ha folgorato quanto avrei creduto. Mathilde cerca, attraverso le pieghe della memoria dei sopravvissuti, di scoprire cosa sia accaduto al suo fidanzato, giovanissimo soldato durante la prima guerra mondiale, morto, pare, per mano dei tedeschi, condannato dal tribunale militare francese ad essere lasciato alla loro mercé in quanto disertore (o meglio, ci ha provato a disertare, sparandosi a una mano).

Mathilde è un personaggio molto molto bello. La sua indomabile volontà di ricerca, la sua puntigliosa ricostruzione di quegli ultimi giorni, per capire esattamente se e come sia morto quel fidanzato così amato commuovono e fanno riflettere sulla sofferenza infinita che colpisce anche i sopravvissuti. In questa lunga ricerca, spesso tanto deludente e inconcludente, mi è sembrato di rivedere l’inutilità e l’inconcludenza della guerra, e in particolar modo della prima guerra mondiale, dove il solo pensiero delle trincee, fango morte e ghiaccio, attanaglia lo stomaco e la mente. La seconda guerra mondiale ha in parte cancellato, nel nostro immaginario, gli orrori della prima, la shoah è una cosa così enormemente inconcepibile e orribile che le trincee rimangono un po’ indietro. Eppure pensare alla vita di quei soldati in prima linea, pensarci davvero rileggendo le loro storie, è talmente brutale da non poter essere davvero capito. Io non so immaginare quanta debba essere stata la sofferenza e l’angoscia, il freddo e la stanchezza infinita, quanto il terrore, la paura, la voglia di tornare a casa o l’istinto suicida che può prendere a fare una vita come quella.

Questo libro racconta tutto questo, tutto mediato da Mathilde, che soffre con i soldati di cui ricerca le storie, che ostinatamente vuole andare a fondo. 

Credo quello che mi ha impedito di amare davvero queste pagine sia uno stile di scrittura non consono alle mie corde, infatti non mi sono mai sentita realmente trasportare nel mondo di questo libro, sono rimasta sempre un attimo indietro, ed è stranissimo, per me, perché la trama è, oggettivamente, molto bella, e i personaggi tutti delineati con grande attenzione. O forse è proprio questo, troppi personaggi “viventi” che rubavano la scena a quelli che erano invece i protagonisti.

Lo consiglio comunque spassionatamente, forse sono solo io che, in questo periodo, sono recalcitrante a leggere di dolore e sofferenza.

Mia sorella è una foca monaca

Anche qui avevo letto su Goodreads una recensione che si è rivelata migliore del libro stesso. L’ho detestato così tanto da abbandonarlo a metà. Dicevano che era un libro diverso su un adolescente un po’ problematico, ma io l’ho trovato solo la brutta, bruttissima copia di un Holden di provincia italiana degli anni ’80, e se già non è che con Holden fosse andata proprio alla grande, immaginatevi con questo rimbarcato qui. Mi stava togliendo il piacere di prendere il libro tra le braccia, la sera prima di dormire, e quindi, nonostante le resistenze psicologiche, mi sono decisa ad abbandonarlo, e mi sono subito sentita riavere. Era uno dei miei buoni propositi di lettrice del 2019, riuscire ad abbandonare i libri. Sembrerà stupido, infatti, ma troppe volte lo scorso anno sono rimasta invischiata in letture che mi toglievano il piacere di quelle pagine serali, e non riuscire, per un fastidioso senso del dovere, semplicemente a chiuderle, era sbagliato. A questo giro ho fatto, 

Ciao foca monaca, senza rimpianti.

 

 

11 pensieri riguardo “Librini prima metà di gennaio

  1. Innanzitutto, benvenuta Ludo!

    Per quanto riguarda i librii, ogni tanto capita di averne una serie “così così” e non è bello… spero che tu trovi qualcosa per risollevarti!

    Quest’anno io ho avuto fortuna e sono partito bene con una serie di 4. Ho letto:
    “Principianti”, di Raymond Carver (racconti)
    “La figlia oscura”, di Elena Ferrante
    “Bassure”, di Herta Mueller (se non conoscete il Banato – e nemmeno io lo conosco – secondo me questo ibro è da leggere, parla di un enclave tedesca in terra rumnea ai confine con l’Ungheria, periodo anni ’60-’80)
    “Non è un paese per vecchi”, Cormac McCarthy (Chigurh è un po’ diverso, soprattutto perchè la parte finale rende con più forza il suo carattere di killer senza se e senza ma).
    E so che continuerà bene, perchè devo finire “Non abitiamo più qui” di Dubus e poi leggerò “La strada” di McCarthy (quindi dovrebbero essere 6 libri belli in fila)

    Tanta gioia a voi! 😉

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