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La casa della moschea, Kader Abdolah

Vorrei scrivere un piccolo resoconto delle letture del 2018, ma ieri (ormai ieri l’altro!), primo gennaio 2019, due minuti prima di mezzanotte (i piccoli lussi del congedo, prima che nasca Ludo, dopo dubito di avere l’energia sufficiente :), voler finire a tutti i costi un librino, altrimenti ci si sente incompiuti!) ho finito La casa della moschea, di Kader Abdolah, ed ho tantissima voglia di parlarne (peraltro ne ho letto un po’ durante una bellissima passeggiata al freddo e al sole, come si vede dalla fotina!).

La casa della moschea è la storia di una famiglia iraniana, che abita appunto questa casa così fondamentale nel contesto cittadino, attraverso diversi decenni (non saprei esattamente definire quanti anni vengono percorsi dal romanzo, perché il modo un po’ fiabesco di raccontare dell’autore sfuma un attimo le coordinate temporali, l’unico punto fisso è la rivoluzione islamica iraniana, che travolge le vita della famiglia, e che si colloca circa a 2/3 del romanzo, tutti gli altri avvenimenti riguardano la vita privata e non sono contestualizzati esattamente).

Sul retro della copertina avevo letto un estratto dell’autore che diceva “Ho scostato il velo per mostrare l’Islam come modo di vivere… un Islam moderato, domestico, non quello radicale”, per cui , quando mi sono trovata immersa nel mondo della moschea sono un attimo caduta dalle nuvole. Islam moderato quello? A me sembrava una prigione e mi sentivo soffocare anche attraverso le pagine. Però la storia mi affascinava, il protagonista, Aga Jan, mi piaceva molto, con la sua saggezza e i suoi dubbi, per cui ho continuato a leggere, e sono stata premiata.

Premetto che per me avvicinarmi a un contesto molto religioso è sempre assai difficile, negli anni la mia mancanza di fede si è andata rafforzando, e trovo davvero fastidioso l’atteggiamento di molti credenti che pretenderebbero di regolamentare anche la mia vita su parametri che gli vengono dettati da un’entità superiore la cui esistenza non è dimostrabile e la cui dottrina viene amministrata da apparati umani fallibili. Trovo altrettanto fastidioso però l’atteggiamento di molti atei che per partito preso demoliscono qualunque tipo di attività religiosa, perciò cerco di essere tollerante, anche se non sempre ci riesco (anche perché avverto come molto oppressiva l’ingerenza della chiesa cattolica in Italia, e di conseguenza talvolta magari l’esasperazione gioca brutti scherzi). Questa fatica a rapportarmi con la religione l’avevo riscontrata anche per altri romanzi, mi vengono in mente per esempio l’incredibile “Preghiera per un amico”, un libro che ho amato alla follia nonostante proprio la difficoltà di superare le mie resistenze alla visione del mondo profondamente religiosa dei protagonisti, oppure il capolavoro “La famiglia Karnowski”, dove l’osservanza ebraica mi era apparsa a momenti follia pura, e questo romanzo non ha fatto eccezione, ma ciò non mi ha impedito di amarlo molto. 

La storia della casa e dei suoi abitanti si dipana armoniosamente secondo tradizioni secolari che per me sono difficili da digerire, ma che certamente ci aiutano a capire un po’ della vita iraniana pre e post rivoluzione, alzando appunto un pochino il velo della mia ignoranza. Così ho “sentito” come questa società sicuramente patriarcale (da quando sono incinta di una bambina sono diventata ancora più sensibile al tema, abbiate pazienza, se prima sentivo la responsabilità di educare un futuro uomo al rispetto e all’uguaglianza, oggi sento per di più che la felicità della creaturina che mi si dibatte come una disperata in pancia dipenderà anche dalle lotte che abbiamo compiuto per emanciparci, e alcune battaglie sono ben lontane dall’essere vinte) abbia in qualche modo, per me inaccettabile, ma che deve comunque essere contestualizzato, riservato alle donne una centralità nella vita familiare che le ha rese orgogliose e ha contribuito a mantenere un minimo di equilibrio, e come il vento della modernizzazione facesse paura. È bello leggere della “continuità” spirituale tra Aga Jan e il nipote Shahbal, che pure rinnega quella religione tanto fondamentale per lo zio, i due personaggi più riusciti, e i dubbi che questo rapporto, bellissimo e complesso, porta nella mente del protagonista. 

Quello che mi riesce più difficile afferrare, ma mi succede sempre, quando cerco di seguire la nascita dei regimi totalitari, è come sia possibile il passaggio dal “prima” al “poi” del regime islamico. Ricordo che La famiglia Karnowski era stato l’unico libro nel quale avessi un minimo “avvertito” come questo passaggio poteva avvenire, negli ultimi tre o quattro anni ho visto aumentare di mese in mese attorno a me l’intolleranza, quindi in qualche modo razionalmente capisco (o comunque, la storia purtroppo ne dà evidenza) che si possa passare da una situazione, comunque tesa, ma relativamente pacifica, a una guerra fratricida, eppure l’ultimo passaggio ancora mi sfugge. Come è possibile, per motivi puramente ideologici, arrivare a esercitare violenze, a precludere la libertà, finanche torturare? Per me è incomprensibile, non riesco, e questo libro non mi ha aiutato, a capire il meccanismo. La Arendt (sono ignorante, non ho letto altro se non romanzi e “La banalità del male”, sull’argomento) ha spiegato, almeno in pare, i meccanismi per cui chi perpetra torture inumane non è necessariamente il “cattivo mitologico”, ma una persona normale, che in certe circostanze, sotto determinati stimoli, può arrivare a sterminare e torturare senza pietà, quello che proprio fatico a capire io è come il clima, piano piano, in generale, per strada, nei bar, negli ospedali, si inasprisca sempre di più fino a rendermi nemico del vicino di casa che fino a pochi anni (mesi?) prima invitavo a prendere il caffè. 

Altra cosa che non capisco, ma voi mi volete dire che sotto un regime si sta bene? Il terrore di essere continuamente denunciati, spiati, mandati a morte sommariamente, come si fa a pensare che questa sia la strada? Perfino quando stai dalla parte di coloro che hanno il potere sempre col terrore di essere accusato di tradimento?

Sono stata fisicamente male, nel leggere quelle pagine (come ero stata male con la famiglia Karnowski, libro che mi riecheggiava sempre in mente, mentre leggevo Abdolah, ma non fraintendetemi, lì siamo su un livello di letteratura onestamente superiore, secondo me), ho fatto fatica a non chiudere il libro (e gli occhi), anche per questo ho voluto finire il libro tutto d’un fiato, anche se il romanzo si chiude comunque nella speranza.

Ed è proprio questo, secondo me, il grande valore di questo libro, l’invito alla speranza nel  futuro nonostante tutto, che il protagonista riesce in qualche modo a portare avanti nonostante le grandi disgrazie che l’hanno colpito, anche grazie alla religione, e che noi lettori atei o agnostici dovremmo invece piano piano riuscire a traslare nel nostro pensiero senza che venga mediato da un’entità superiore. Mentre infatti la religione, per quanto riguarda la moralità, secondo me ha in parte esaurito quello che ha da dire, o meglio, ci sono valori universali sostenuti anche dalle grandi religioni monoteiste che dovrebbero essere ormai dati per assodati, e che io, più che nella religione, trovo corroborati dai grandi pensatori che hanno aiutato a trovare questa moralità dentro l’uomo, non al di sopra dell’uomo (da quando ho studiato Kant, troppo poco, purtroppo, brutta capra ignorante che sono, e letto la sua frase “Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto piú spesso e piú a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me”, questa convinzione mi si è andata sempre rafforzando), sulla speranza e sull’accettazione di quanto effettivamente non abbiamo la possibilità di modificare la religione può ancora aiutare molto. E non parlo di aiutare a rassegnarmi, assolutamente, ma di dare una chiave non tanto interpretativa, ma di “superamento” delle disgrazie della vita. Per dire, se domani scoprirò di essere gravemente malata sarà la medicina il mio punto di riferimento, e non penserò che ci sia un disegno superiore che vuol mettermi alla prova o quant’altro perché nel mio dolore sono una prescelta. Tuttavia sicuramente non lo accetterò con serenità, mi riuscirà molto più difficile, anche nel tempo, elaborare la rabbia per quello che mi è capitato, rispetto a quanto farebbe Aga Jan, con la sua fede, e certamente dovrei lavorarci. Non so se ho scritto cose senza senso, perché non riuscivo a spiegarmi al meglio, fatto sta che questo è un gran bel libro per iniziare l’anno di letture sotto i migliori auspici!

4 pensieri riguardo “La casa della moschea, Kader Abdolah

  1. Perché quando finisco di leggere i tuoi post mi viene sempre voglia di procurarmi subito il libro di cui hai parlato?! 🙂
    Stavolta la scintilla è arrivata con la frase: “Sono stata fisicamente male, nel leggere quelle pagine”. Trovo che i libri (ma è vero per qualsiasi opera dell’ingegno umano) che ti danno un pugno nello stomaco siano i più utili.

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  2. Che strano, questo post mi era sfuggito …😮 Ultimamente mi aggancio poco a internet. Ho letto anch’io il romanzo, qualche mese fa, e concordo sul fatto che illustri bene il difficile contesto di quell’epoca, prima e dopo la rivoluzione iraniana. Affascinante sotto svariati aspetti, forse perché così lontano dal nostro modo di vivere. La scrittura dell’autore è oltretutto agevole, scorrevole, a tratti anche poetica, come hai bene evidenziato. Mi piacerebbe leggere altro di Kader Abdolah, ma quale libro? Ti sei fatta qualche idea in proposito? 🙂

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    1. Io aspetterò un po’ e poi credo che leggerò Scrittura cuneiforme; a dir la verità avevo cercato quello in biblioteca, ma poi era già in prestito e ho “ripiegato” su La casa della moschea. Ho letto diverse recensioni belle e la trama mi affascina, sono proprio curiosa!

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