Qualche volta corro

Maratona di Pisa

Ebbene sì, un po’ in sordina, senza grossi clamori, sono diventata esamaratoneta.

Il 17 dicembre io non volevo partire. Ero terrorizzata che piovesse (un’altra volta il freddo di Firenze… non lo so mica se l’avrei sopportato!), ero terrorizzata di piantarmi dopo il successo del 26 novembre, ero terrorizzata che mi mancasse la testa. In fondo alla maratona ti porta la testa, tanto quanto le gambe, e io non volevo essere lì, quella mattina, come potevo pensare che la testa mi reggesse?

Ma avevo fatto una promessa, dovevo correre quella maratona col Collega, che mi teneva ancora un po’ il muso e non mi avrebbe mai perdonato la defezione. Perciò, alle 7,30 di mattina ero lì, al parcheggio, con -1, la mia tenuta super collaudata, i miei cruscoro nel marsupino, e un grosso gomitolo di dubbi nello stomaco.

Ero molto, molto concentrata a tacitare quella vocina insistente che mi ripeteva che le maratone non le fai senza la convinzione e la motivazione forte che conosco bene, non le fai se sei soddisfatta di quella che hai corso tre settimane prima, la tacitavo perché l’amicizia è più importante di una maratona fallita, ed io ero pronta a sacrificare quella maratona per non lasciare solo il Collega.

Ma la corsa è strana, e la Maratona è una magia, perciò quando sono partita e ho sentito le gambe leggere leggerissime il gomitolo ha iniziato a sciogliersi e il mio solito sorriso da runner ebete (quell’esserino stupido che mi alberga nel cuore ed è sempre felice di faticare senza altro scopo se non tagliare il traguardo ennesimissima) ha sciolto la tensione nelle mie guanciotte.

La strategia era semplice: raggiungere i pacer delle 4 ore, stare un po’ lì con loro, (30-35esimo, supponevo) e quindi accelerare. Ma già dal terzo quarto chilometro c’è qualcosa di strano. I pacer non si vedono proprio, anche se noi stiamo correndo a 5’15”-5’20”. 5’15”-5’20”? Cazzo, troppo forte, rallenta CRI, così schianti di sicuro! Ma le gambe vanno da sole e rallentare sembra impossibile, quindi decidiamo di raggiungere i fantomatici palloncini lasciando andare le zampette e poi rallentare con loro.

Proseguiamo al nostro ritmo, tutti pimpanti, e finalmente, al decimo chilometro, riprendiamo i palloncini. Ma che qualcosa non tornasse era lampante, appena 200-300 metri davanti a noi ci sono i palloncini arancioni, quelli delle 3h45. Quei palloncini sono i miei amici, gli stessi con cui lo scorso anno ho corso per la prima volta sotto le 4h, sempre a Pisa, e poter avere anche loro a fianco… che carica mi darebbe? ma io non sono lì per me, sono lì per accompagnare un amico in fondo alla seconda maratona, devo darmi un contegno p, ma quando egli mi chiede se vogliamo andare a prenderli io non riesco a dire di no. Nonostante avverta la presenza fisica di un’insegna luminosa e intermittente sulla mia testa con scritto “CAZZATA” a caratteri cubitali, non resisto alla tentazione, per cui, molto gradualmente, cerchiamo di raggiungere i palloncini. È a questo punto che sorpasso una ragazza, e sul retro della sua maglia vedo scritto “pain is temporary, pride is forever”, e improvvisamente so che questo sarà il mantra che mi accompagnerà in fondo alla maratona. Verso il 15esimo però, vedo il Collega dubbioso, forse il ritmo è troppo alto per un’intera maratona, perciò decidiamo di rallentare leggermente, tenendo sempre d’occhio le nostre lepri, là davanti. Sono felice, ho voglia di correre, ma sono ancora piena di dubbi… non è plausibile che io possa arrivare in fondo alla maratona a questo passo, perché allora non rallento? Vorrei tanto che il Collega facesse un gran tempo, e il modo più sicuro per raggiungere l’obiettivo è diminuire il ritmo, perché allora voglio spingermi oltre? (Pain is temporary, pride is forever).

Al 18esimo inizia il temibile rettilineo del lungomare di tirrenia, in su e giù lo lasceremo solo al 29esimo, quando inizia quello che ci riporterà verso il centro, e al 21 esimo il collega non può più resistere… deve fare pipì! Per me rallentare in maratona è sempre un trauma, perciò, invece di farmi recuperare, decido di tornare indietro a prenderlo (unica folle che correva in contromano!). A questo punto, però, i palloncini sono irraggiungibili, ma io incoraggio il collega a non mollare, il personal best è ancora perfettamente alla nostra portata. Durante questo rettilineo, 5 km di andata e 5 di ritorno circa, incrocio tanti runner che conosco, prima più veloci e poi più lenti di me, e con ognuno ci scambiamo grida di incoraggiamento, piccolo investimento in fiato con enorme ritorno di energia! Come a Firenze, nonostante il fantomatico muro dei maratoneti si piazzi di solito verso il trentesimo, io passo il mio momento più duro fra il 20-22 e il 25-26, quando le gambe non sono più leggere e svolazzanti, e il traguardo sembra ancora tanto lontano. Anche il collega sembra un po’ affaticato, e io cerco di convincere entrambi che possiamo farcela. Dal 28esimo inizio a rifiatare. Sta per finire il malefico rettilineo, si intravede il mare, e io sono stanca, sì, ma sempre in modo assolutamente gestibile. Incoraggio quelli che sembrano vicini a mollare, e mando anche qualche bacio ai fotografi! (Pain is temporary, pride is forever).

Il collega invece è più stanco, ma stiamo passando il trentesimo chilometro e, per la seconda volta, la mia testa si mette a funzionare all’incontrario. Il chilometro a cui si dovrebbe incontrare il muro diventa quello in cui comincio a crederci. Proprio perché è il muro, è proprio perché ci sono e sto bene, mi prende la botta di energia. Porto l’acqua al collega, passo biscottini, lo rintrono di chiacchiere. I chilometri scorrono, però, è al 34esimo non riesco più a convincerlo a tenere il passo. Rallentiamo, 5’30”, ma sembra ancora troppo veloce per lui. Io sento le gambe scappare, e per due chilometri procedo a singhiozzo, andando e rallentando per cercare di recuperarlo. Al 36esimo però il giochino diventa troppo faticoso, mancano sei chilometri e rischio di piantarmi anche io, con questi piccoli strappi, perciò, dopo essermi fatta promettere che continuerà a correre, più piano, ma continuerà, allungo di nuovo. I palloncini sono lontani, e io mi avvio sola verso la mia medaglia. A volte penso che non vivrò mai più quella magia. Non sentirò più l’energia scorrermi dentro al 37esimo chilometro, ma poi mi ricordo che è stato un dono immenso anche solo aver provato una volta nella vita questa sensazione, e mi passa la malinconia.

Al ristoro del 40esimo, dove non mi fermo, ovviamente, c’è Maurizio, un runner fortissimo che, questa volta, fa il volontario e ci incoraggia, ci urla di andare a prenderci la medaglia, e a me dice proprio “dai dai che ora sei sola senza il Mannucci (amico pacer) a rompere, vai vola al traguardo!” E io corro! Corro corro corro, faccio il conto alla rovescia, qualche straniero legge il mio nome sul pettorale e urla “vai Cristina” e poi mancano poche centinaia di metri, vedo la torre, faccio la curva e mi lancio sul traguardo! 3h45’11”, un tempo incredibile per me, una specie di miracolo di queste gambotte tozze.

Ogni maratona è unica, ma il bello di questa è che è davvero tutta mia, mia come non mai, nessuno mi ha tirato, nessuno mi ha passato l’acqua, nessuno si è sacrificato per me, solo le mie gambe e la mia testa mi hanno portato in fondo, ho spinto tutto con la mia volontà e mi sono regalata un finale di 2017 (podistico) incredibile!

E se tutto è complicato, in questo periodo, davvero tutto, io sono fortunata ad aver scoperto questo amore bruciante, che mi ricorda sempre che bisogna osare e dare il massimo, gambe, testa e cuore.

Tre minuti dopo di me è arrivato anche il collega, anche per lui pb, l’ho preso giusto un pochino in giro perché, contro ogni aspettativa, sono ancora io la maratoneta più veloce tra i due!

2 risposte a "Maratona di Pisa"

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