Qualche volta corro

Pentamaratoneta

La mia quinta Maratona. Cinque. Cominciano a essere un po’. Quando lo dico capita che mi guardino un po’ ammirati e mi considerino ormai “esperta”. Corcazzo. 42195m sono troppi perché diventino mai una “comfort run”. O almeno sono troppi per me.

La Maratona è il mio amore, lo è stata dalla prima volta, lo è stata durante le maratone felici ma anche durante quella dell’epic fail.

Questa Maratona l’ho preparata con il collega, ma l’ho fatta senza di lui. Sono stata in dubbio se correrla o no, non perché non la volessi fare da sola, ma perché mi sentivo in colpa. Mi è stato un po’ fatto pesare e io mi sono risentita, perché al contrario non l’avrei fatto. Ma tralasciamo.

Contavo quindi di correrla con Marco, il pacemaker delle 4h del mio cuore, ma anche lui ha dato forfait la sera prima, “declassato” a pace maker delle 4h30′. Proprio mentre mi stavo preparando a correrla da sola, però, alla cena dei Runlovers scopro che un gruppo di amici si farà tirare da Massimiliano. Conosco Max dai tempi della prima Maratona, a Roma, ed è una persona davvero squisita, una persona dalla gentilezza antica ma mai demodé, inesauribile e pieno di sorprese. Tra l’altro mi ha portato i saluti di Metta, una runner luminosissima e adorabile! Siamo un bel gruppo, a questo punto, corriamo tutti per scendere sotto le 4h, tirati da Max (anche se io l’ho già abbattuto questo muro simbolico non sono confidente di potermi ripetere (lo sarò mai?)).

Il sabato è un caldo incredibile, anomalo per il mese di novembre, e siamo tutti pronti a correre leggeri, anche perché il meteo minaccia sì un po’ di pioggerella, ma la temperatura dovrebbe scendere solo in serata. Domenica mattina, come sempre, la tensione è quella sana e sbrilluccicante delle grandi occasioni, io sono intimorita, ma serena, felice ed entusiasta, qualcuno è molto nervoso e io cerco di rincuorarlo e di sorridere sempre sempre, perché una maratona non si corre tutti i giorni!

Mentre sfiliamo verso il gonfiabile della partenza, bel gruppetto unito e affiatato (Massimiliano, Daniela, Alex, Stefano, Alessandro, Alessio ed io), iniziano le prime gocce di pioggia. Un film già visto, un pessimo auspicio, sembra il giorno dell’epic fail, ma mi rifiuto di essere superstiziosa. Un tocco al garminuccio, il consueto bip, e vai, si parte, devo solo continuare a correre per 42195m, so di potercela fare. Le gocce si trasformano rapidamente in pioggia battente, e il passo si fa regolare. 5’30-5’35”, ricordando sempre di risparmiare tutte le energie possibili.

Se avete letto i resoconti delle passate maratone sapete già del mio pessimo rapporto con l’integrazione durante la corsa. I gel, dolcissimi e stucchevoli, mi schifano talmente tanto che, nella fatica della corsa, il solo pensiero di metterli in bocca mi risulta insopportabile, ma questa volta ho cambiato tattica (ovviamente dopo opportuni esperimenti durante i lunghissimi). Su suggerimento di Alex corro coi biscotti (sembra uno spot, corri coi biscotti! :D:D:D). Cruscoro, per la precisione. Faccio un pochino più fatica a buttarli giù, e devo stare attenta a iniziare a mangiarli molto presto, perché hanno un rilascio più lento delle maltodestrine, per cui ci mettono un po’ a entrare in circolo, ma sono buoni, non lasciano nessun retrogusto disgustoso e, anche quando perdo la lucidità per la stanchezza, non mi pesa ciucciarli. Ho anche due bustine di zucchero di canna, che mi piace molto di più di quello bianco, col suo retrogusto caramellato. Il piano prevede zuccherino al 5° e al 10° e biscottino dal 15°, ogni 5 chilometri, fino al 35°. Un sorso d’acqua a ogni ristoro (che mi passa sempre quell’angelo che è Massimiliano, dal primo all’ultimo ristoro avrà un pensiero per me!).

Continuiamo a correre con regolarità. Nella mia mente la Maratona di Firenze è divisa in tre lunghe tranche. La prima va dalla partenza alla fine del Parco delle Cascine, al 13° chilometro. La seconda è quella più lunga e va dalle Cascine al giro del campo di atletica (circa al 31°, se non sbaglio), e la terza, infine, fino al traguardo. Le prime due, teoricamente, si affrontano in scioltezza perché la maratona, quella vera, inizia solo al 30°.

Finite le Cascine so di aver chiuso la prima tranche, perciò il mio prossimo obiettivo è quel benedetto campo di atletica. Rispetto allo scorso anno il percorso è cambiato, perciò, quando prima del 20° passiamo sul Ponte Vecchio, sono confusa e contrariata. Possibile che il passaggio più bello e sentito, quello che dove il tifo dà la maggior carica, sia prima del 20°, quando la Maratona vera non solo non è iniziata, ma è ancora lontana da venire? Probabilmente anche per questo dal 20° al 25° ho un momento di fiacca. Mi sembra di essere troppo stanca per essere così distante dall’arrivo e qualche pensiero fosco comincia a girare nel retrocranio, suggerendomi che potrebbe finire come a Roma, l’epic fail. La pioggia, poi, non ha mai smesso di battere, e il freddo è intenso e terribile. Alcuni runner ai ristori si buttano il tè caldo sulle gambe, mentre io sento le mani paralizzate dal freddo. Fortunatamente, però, quando finalmente scollino i 30, mi accorgo che la stanchezza è ancora perfettamente gestibile. È come se il fatto di essere arrivata al famoso muro, quel chilometro tremendo a cui la Maratona inizia davvero, mi avesse dato la carica. Mentre finalmente faccio il giro del campo di atletica so di essere entrata nell’ultima tranche, e dentro di me comincio a ripetermi che devo solo mantenere il ritmo per altri 10-11 chilometri, è il mio giro in pausa pranzo, niente che possa spaventarmi. Nel frattempo abbiamo ripreso i pace maker delle 4 ore, partiti un po’ prima di noi, e, anche se non c’è Marco, sono bravissimi. Festeggiano e ci distraggono ininterrottamente, e io sento nascere, intorno al 31°, una bolla di gioia. Mi giro verso Max, devo assolutamente condividerla “Ma ti rendi conto quanto è bella la Maratona? Anche ora sotto il diluvio e nella fatica?”. Verso il 33°, se non sbaglio, c’è un cavalcavia piuttosto duro; Massimiliano, che è ancora vicino a me, mi tranquillizza, mi dice di accorciare il passo, e io lo rassicuro. Ce la faccio. Non mi fermo. Gli spacco il culo al cavalcavia. Dopo il cavalcavia allunghiamo. Ci lasciamo dietro i pace maker e scendiamo sui 5’20”-5’25”. È la prima volta che accelero, anche se di poco, negli ultimi chilometri della Maratona. Max continua a incoraggiarmi. Sta seguendo me e Daniela, Stefano, Alessio e Alex sono rimasti un pochino più indietro, mentre Alessandro è un pochino più avanti. Noi tre siamo vicini. Di questi ultimi chilometri ricorderò, sempre, due cose. Max che ci incoraggia, ininterrottamente, caparbiamente, senza mai permetterci di mollare, e la concentrazione. Non avevo mai sentito così tanto di correre con la testa. In una sorta di autoipnosi correvo in trance verso il mio traguardo. Finalmente, a 5 chilometri dall’arrivo, rientriamo in centro. Il pavé sarà anche tremendo (bagnato, per di più) ma la bellezza e il tifo di Firenze stordiscono. Solo 5 chilometri. Mentre mi racconto quanto sono pochi 5 chilometri noi tre corriamo ancora insieme. Max è un angelo, la sua voce mi mantiene ancorata al sogno, sento, lontana, la paura di star esagerando, la paura di esaurirmi sul più bello, ma la ricaccio indietro e continuo a correre, sento che le gambe continuano a reggere, sento di essere lucidissima, in quel momento non lo so, perché non guardo il Garmin durante la Maratona, ma sto andando a 5’20”. Gli ultimi due chilometri acceleriamo ancora, sempre trascinate dal nostro mitico pace maker, e finalmente vedo la curva oltre la quale c’è il traguardo, e io non sono mai stata così piena di energie alla fine di una Maratona e taglio il traguardo scoppiando di gioia, 3h54’16”. Ultimi due chilometri sotto i 5’10”.

Dopo ci saranno festeggiamenti, mal di gambe, due colleghi adorabili col cartellone per me, freddo intenso perché sono ancora bagnata mezza, mamma che mi scorta, gradini scesi barcollando, e ognuna di queste piccole cose compone il puzzle di quella magia che è la Maratona, ma niente può eguagliare quegli ultimi chilometri, mentre senti tutta la caparbietà che ti porti dentro scoppiare e sai che la stai nutrendo, sai che non è solo questione di correre, è questione di vivere dando il massimo, e senti che la maratona è un’ottima maestra.

Ci sono diverse persone che devo ringraziare, a questo giro. La prima è Massimiliano, che è stato uno spettacolo, ed è vero che al traguardo ci sono arrivata con le mie gambe, ma il coraggio di alzare un pochino l’asticella me l’ha dato lui. La seconda è mamma, la mia splendida tifosa, che mi aiuta e mi supporta sempre, che si spara 4 ore al freddo da sola per essere lì quando arrivo al traguardo. La terza è il marito, che mi permette di tenere insieme la mia faticosissima vita senza farmelo pesare, che sa che senza tutte le cose di cui riempio all’inverosimile le mie giornate non sarei io. La quarta è il Nano, perché il suo pensiero, il suo coraggio, la sua incredibile solarità, quel sorriso pauroso che è il suo tratto distintivo, sono semplicemente il mio motore. L’ultima è il collega, anche se me l’ha fatta un po’ pesare, anche se sono indispettita, perché gli allenamenti che hanno portato a questa giornata non sarebbero stati gli stessi senza di lui, perché partire insieme in pausa pranzo (o la mattina all’alba) mi è di conforto anche nelle giornate più complicate, perché avere un amico non è cosa da poco e non va mai sottovalutata!

3 pensieri riguardo “Pentamaratoneta

  1. Che resoconto emozionante 😀
    Confesso di averci fatto mezzo pensiero alla maratona di Firenze, la location mi ispirava. Ma non credo sia ancora giunto il mio momento… vedremo questa primavera 😛

    Piace a 1 persona

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