Qualche volta corro

Mezza Maratona di Lucca (in ritardo)

Avete presente quei momenti praticamente perfetti, che lo senti proprio mentre li stai vivendo che sono perfetti e dei quali non cambieresti una virgola (a parte quelle cose che cambieresti sempre, come avere le gambe più lunghe e più snelle, ma comunque in quei momenti non ci pensi!)?

Non sono frequentissimi, eppure se mi concentro me ne vengono in mente subito 5 da settembre a ora. Senza stare a girarci troppo intorno, ben 2 sono legati alla corsa (ed ecco che appare evidentissimo perché corro, due momenti di felicità quasi perfetta in meno di un anno valgono bene tutte le fatiche, i dolorini, gli infortuni, e ovviamente non ci sono solo quelli nel bilancio positivo della corsa, ci sono anche tutte quelle endorfine quotidiane, tutta quella tensione volata via, insomma il discorso è lungo, ma due momenti perfetti… vi rendete conto?) ed uno è stato proprio domenica 7 maggio, alla Mezza Maratona di Lucca.

Ma partiamo con ordine, dopo la Mezza di Prato avevo corso con estremo piacere e leggerezza, per poi arenarmi impantanata in un raffreddore/otite fulminante in cui sono comunque riuscita a scansare i temibili antibiotici (temibili per la corsa, perché ti segano le gambe, per il resto sempre siano lodati!) a suon di aerosol. Ho quindi passato circa cinque giorni di stato comatoso e stanchezza perenne, che ovviamente non promettevano niente di buono per la mia mezza di Lucca. Ero comunque molto felice di correrla, perché saremmo stati un gruppone gigante, avrei corso con la mia splendida maglia del “cuoricinigroup”, e avevo tutte le intenzioni di godermi questa corsa in totale serenità.

Vabbè, la mattina sveglia alle 5,50, consueta colazione con fette biscottate, marmellata e succo di mela, e via spediti in direzione Lucca con macchinata tattica! Arriviamo ed è subito un tripudio di baci, abbracci e selfie stupidi, e io mi metto subito a cercare il collega! È più forte di me, ormai è un punto di riferimento fisso per la corsa, abbiamo corso talmente tanto insieme che il semplice fatto di saperlo alla partenza mi aiuta psicologicamente. Quando ci troviamo ci diciamo immediatamente, vista la settimana passata (il giovedì, dopo avermi stroncato con delle variazioni un minuto più forte e un minuto più piano, a 500 metri dall’arrivo gli si era indurito un polpaccio, il giorno dopo avevamo fatto 6 chilometri tipo lumachine) che l’obiettivo odierno è arrivare godendoci Lucca e stop.

L’organizzazione del #cuoricinigroup era talmente attenta e minuziosa che avevamo addirittura il fotografo a disposizione, per cui tra coreografie in stile Bolt e altri innumerevoli abbracci io mi sono persa il collega. Che fastidio! Mi avvicino alla partenza sconsolata, scherzo un po’ con quelli vicino a me in griglia, ma continuo a guardarmi intorno fino allo sparo. Non ho una strategia di corsa, non ho obiettivi, e parto con i palloncini delle due ore, mesta mesta. Dopo 3-400 m, però, mi sento chiamare, “dove vai così veloce???” e l’euforia di aver ritrovato il collega mi dà un sacco di energia e il passo si fa più spedito. Riprendiamo i palloncini dell’1h55′ e, pian pianino, anche quelli dell’1h50′. La temperatura è fresca e Lucca bellissima, e questi palloncini ci sembrano così lentini, perciò li sorpassiamo in scioltezza. A questo punto le gambe sono sciolte e leggere, guardo il passo e, sorpresa!, siamo sui 4’55”. Ho un attimo di panico, sto andando troppo veloce? Mancano ancora un sacco di chilometri, non ce la farò mai a tenere questo passo! Intanto inizio a vedere i palloncini dell’1h45′ e il collega inizia a dirmi che li riprendiamo. Io ho un moto di fastidio, come si permette di dirmi che posso andare così veloce per tutti questi chilometri? Decido quindi di sprecare un po’ del mio preziosissimo fiato per dirgli che se schianto lui deve andare avanti e mollarmi, ma lui non la smette di incoraggiarmi. Teniamo il passo, chilometro dopo chilometro, il Garmin non sale mai sopra i 5. Intanto la temperatura è salita e ad ogni ristoro e spugnaggio io penso solo a rovesciarmi dell’acqua in testa e a bere un sorso d’acqua. Sorpasso un ragazzo non vedente con le sue due meravigliose guide e mi sento gli occhi inumidirsi (la fatica rende vulnerabili), continuo a correre senza trovare il coraggio di dirgli che sono il trio più luminoso che io abbia visto. I palloncini sono sempre più vicini, sono un bel gruppo e io sono fiduciosa che la fatica si acquieti un attimo quando li avrò finalmente raggiunti, e infine, al 15° km, ecco che li ho presi. In un certo senso mi sento già di essere arrivata dove mai prima, perché non ero mai riuscita a stare dietro a questi palloncini, eppure so che per poter esultare davvero devo tenere duro. Il collega, a questo punto, mi lascia (non prima di aver urlato a un gruppetto “Fate un applauso a questa bimba!”), mi ha portato fino ai palloncini e io non potrò mai ringraziarlo abbastanza per questo, sa che ora posso farcela senza di lui, e allunga un po’. I miei pacers sono splendidi, scherzano e ridono, quando si accorgono di me, unica donna del gruppone, cominciano subito ad incoraggiarmi, mi chiedono il mio pb e quando gli rispondo 1h46′ mi dicono “oggi lo abbattiamo!”, e questa fiducia mi rinvigorisce. Passo dopo passo, per me è un ritmo tiratissimo, continuo a pensare a quello che proverò se arriverò in fondo con loro, sono stanca ma determinata, facciamo un paio di chilometri lungo un viale assolato che mi fiacca un po’, gli spugnaggi sono finiti e il caldo comincia a picchiare duro, ma io penso solo al mio obiettivo, non vedo l’ora di entrare in centro a Lucca, e quando finalmente ci arriviamo io comincio a gongolare, perché manca davvero poco. Siamo io e le mie gambe, ci parlo, le blandisco, ci ragiono, dico loro che mancano una decina di minuti di sofferenza e dopo potremo festegguiare insieme, quanto vogliono. Devono solo continuare a andare sotto ai 5′, penso al mio Nanetto che sta giocando, a quanto a volte è concentrato di fronte alla sua porta, a quante volte ho invidiato il suo coraggio di fronte all’attaccante che gli corre incontro solo, a quando prende gol e si alza scrollando via la delusione, ho pensato a quando il collega tenta di convincermi che ce la posso fare anche se brontolo che sono stanca, ho pensato a Roma e a quanto è stata dura rassegnarsi al fatto che non avrei battuto il mio pb, ho pensato a tutto questo in quegli ultimi dieci minuti, mentre ogni passo mi avvicinava all’obiettivo. Poi ho visto il traguardo, e gli sono corsa incontro, una botta di felicità inebriante. Ho passato il resto della giornata con un sorriso ebete sul volto, dentro di me ho continuato a ballare la mia piccola danza della vittoria, la musica mi ha accompagnato tutto il giorno, e, se ripenso a domenica scorsa, mi appare sul viso ancora quella stupida faccina sognante.

Per tutta la settimana successiva ho avuto le gambe marce, mi dicevano “ma sei scema? Noi non scendiamo più sotto i 5,40!” e mi trascinavo faticosamente per le colline dietro l’azienda!

Mezza lucca

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