Never Give up

‘Sti cazzo di Dubliners

In quarta o quinta superiore, non ricordo esattamente, con la mia incredibile insegnante di inglese (coi professori ho sempre avuto un culo cosmico, dalle elementari all’università ho incontrato tanti di quegli insegnanti meravigliosi che a raccontarlo mi vergogno quasi, viste le esperienze disastrose di un sacco di persone!), studiammo James Joyce. La mia prof era riuscita a rendere interessanti perfino i Daffodils di Wordsworth, figuriamoci cosa riuscì a fare con i Dubliners, che sono un libro meraviglioso anche senza essere mediato da una prof con i controattributi (perché era tostissima, attenzione, severa e puntigliosa, ma quando attaccava a spiegare… incanto e letizia!).

Insomma, i Dubliners (tralasciamo il fatto che in questo preciso istante non lo sto trovando, maledizione, dove l’ho infilato?) sono un libro che amo moltissimo, da quel lontano giorno alle superiori in cui la prof ci fece leggere in lingua originale Eveline. L’ho letto l’ultima volta almeno 3 o 4 anni fa (rimediare immediatamente, trovare i Dubliners e metterli sul comodino, imperativo categorico del sabato pomeriggio) perciò non ho intenzione di approfondire il discorso sul libro (già con le recensioni non sono proprio bravona, poi se mi metto a dissertare di una cosa letta anni fa… sorvoliamo!) ma, semplicemente, oltre a esortare con calore tutti a procurarsi il libro e leggerlo immantinente, di parlare di paralisi. I Dubliners di Joyce, infatti, sono, inevitabilmente, paralizzati. La religione, un cultura stantia, una terribile debolezza di fondo e altre amenità di questo genere impediscono ai protagonisti di questo libro di svoltare le proprie esistenze, di affrontare decisioni radicali e di darsi alla fuga dalle pastoie che li trattengono e quindi continuano a soffrire nelle loro situazioni di merda (termine tecnico-letterario che rende assolutamente l’idea di come sono messi).

E’ necessario a questo punto sapere che il ramo paterno della mia famiglia è piuttosto inconcludente. Se parlerete con (alcuni di) loro, essi vi diranno che una sfiga cosmica li ha colpiti, un fato maligno li ha presi di mira, ma in tutta onestà io sono convinta che in buona misura la sfiga se la siano buttati addosso da soli rimanendo, per l’appunto, paralizzati in situazioni di merda. Appare quindi chiaro come io, dalla tenera età di 7-8 anni, quando ho capito questa cosa (non li avevo ancora associati ai Dubliners, ma la percezione della debolezza caratteriale mi era assai chiara), abbia vissuto nel terrore di essere afflitta dalla medesima terribile incapacità di reagire. Immaginatevi la mia povera mamma che si ritrovò con una bambina da consolare perché aveva paura di non riuscire a combinare e imparare nulla nella vita. Con il passare degli anni, in realtà, questa paura si è un po’ acquietata (pur rimanendo sempre uno dei miei incubi, motivo per il quale non sono mai riuscita a finire Stoner, leggere la sua storia mi faceva così male che a metà l’ho abbandonato, lo faccio molto raramente, figuriamoci con un libro bello, ma non me la sono mai sentita di riprenderlo in mano), perché piano piano portavo a termine tutte le mie cosine, le superiori, l’università, crescevo un bimbo, tenevo in piedi una relazione stabile, trovavo un lavoro, lo mantenevo, continuavo a divertirmi e provare emozioni, coltivavo passioni, e durante tutto questo tempo mi sono obbligata a non tirarmi indietro di fronte alle cose che mi spaventavano. Il fatto di sapere che sarei stata orgogliosa di me per aver superato la paura mi aiutava a superare la paura. Un po’ contorto, ma credo di essermi spiegata. Insomma, i Dubliners sono il mio “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, e quindi sono un libro molto importante, col loro monito continuo. Al di là del ramo paterno della mia famiglia, però, ultimamente sto avendo a che fare con un altro paralyzed. Il Marito, da quando è davvero incasinato col lavoro, è letteralmente paralizzato. Io altaleno un po’ tra il sostenerlo e l’incazzarmi, a volte sono ultra comprensiva, altre sbuffo. Una vita che faccio la guerra alla paralisi e me la ritrovo in casa, tutti i giorni, come nemica subdola e maliziosa proprio perché, invece di dovermene scuotere io, devo scuotere un’altra persona e non sono capace di toccare le corde giuste. E allora da qualche settimana penso continuamente ai Dubliners, e mi rendo conto che non mi hanno spiegato come fare a convincerli a fuggire, a muoversi. Sono stati il mio monito per tanti anni, ma hanno funzionato “solo” per me, non mi hanno dato le armi necessarie ad abbattere “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” nelle persone che amo. È che in quasi ogni momento della mia vita io mi sento estremamente fortunata, e non sopporto, non sopporto, non sopporto, sentirmi dire il contrario. Quando sento piagnucolare della sfiga che ci ha colpiti, davanti al mio sguardo, che si fa vacuo, si materializza una a caso di quelle gif che girano sui vari social su “la vastità del cazzo che me ne frega” (in questo caso del sostenere di essere uno sfigato, dando anche a me e al Nano una parte da attori non protagonisti sfigati). Perché io non sono sfigata per niente, non mi ci sento e mi faccio un gran mazzo per non esserlo. Magari in alcuni momenti mi sento un po’ incapace (tipo nel disegno tecnico, o nella capacità di visualizzare determinati meccanismi meccanici, mi impegno ma pecco proprio in questa particolare branca dell’ingegneria, in compenso le pressioni e le temperature mi appassionano, mi diverto a seguirle e studiarle, mi diverto a scoprirne i comportamenti a volte incredibili, care le mie malandrine!), ma cerco sempre di pensare che ci sono un sacco di altre cose nelle quali me la cavo.


Insomma, ‘sta cazzo di paralisi. La gestisco, eh, e mi pare anche di vedere dei passi avanti (merito anche di un lavoro certosino di barbaro abbattimento di malumori con mezzi più o meno delicati), ma che fatica.

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6 thoughts on “‘Sti cazzo di Dubliners

  1. Guarda, mia moglie si ritrova a combattere spesso con il lato oscuro di me. Certe volte sono talmente paralizzato (anzi qui la parola giusta sarebbe “disperato”) e vedo talmente nero, che deve essere uno sforzo ultraterreno per lei cercare di tirarmi su. Abbiamo provato di tutto, ma non c’è verso: ogni tanto mi affosso (e divento palloso, ovviamente). Quindi, non posso dire che ti capisco (io sto dall’altra parte) ma sicuramente qualcosa dei meccanismi in gioco arrivo a immaginarla.

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    1. Io la disperazione la capisco anche, non capisco invece la paralisi. Magari rischio di girare a vuoto, a volte, ma di fronte a una difficoltà mi obbligo a non fermarmi. Mi piango un po’ addosso, ma mi concedo pochissimo tempo, e sono abbastanza ottimista di natura, oltretutto basta pochissimo per mettermi di buon umore!

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      1. Già. Mica che “da dentro” la paralisi si capisca di più, devo dire. Semplicemente, ti fermi e smetti di funzionare. La disperazione conduce alla paralisi. Però, quello che io ho sperimentato è che di fronte a questa cosa si deve agire, si deve fare. E allora l’azione poi ristabilisce le priorità. Ci vuole il suo tempo, però (a volte ho passato un mese nel fermo completo). Quando poi sei nel momento nero e ti dicono “dai, fai così, fai cosà”, l’unica cosa che riesci a dire è “non ne sono capace”, “ma come faccio?”. In quei momenti, bisogna focalizzare l’attenzione sul momento presente, sul passettino alla volta da compiere.

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      2. A me la paralisi finora è durata cinque minuti. Ma a me scatta quel meccanismo per cui comincio a pensare a quanto sarò fiera di me stessa una volta che mi sarò mossa. Praticamente mi piaccio così tanto quando faccio la dura che alla fine faccio la dura. Mi piace molto il fatto di focalizzare l’attenzione. Anche questo lo faccio sempre, di abitudine, io lo chiamo (grazie a DFW) mettere i muri fra i minuti. Penso solo al quarto d’ora che mi aspetta e solo dopo affronto il successivo. Proverò questa tecnica, grazie mille 🙂

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  2. Odio ricadere negli stereotipi… ma credo che sia una predisposizione tutta maschile quella di arenarsi di fronte alle difficoltà e tendere all’autocommiserazione, specie di fronte alla controparte femminile 😛
    Così come credo che sia una non-predisposizione femminile quella di visualizzare nella testolina complicati movimenti meccanici in 3D 😉

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    1. Allora scambio volentieri la predisposizione alla visualizzazione dei movimenti meccanici per la tendenza a non arenarmi di fronte alle difficoltà, eppure non sono convinta. Ieri mattina sotto agli occhi stupiti di un collega ho fatto un perfetto parcheggio con singola manovra e provo una grande soddisfazione di fronte agli schemi elettrici. Il disegno meccanico, invece, proprio non mi appassiona, e mi rendo conto che proprio perché non mi appassiona il mio cervello, dopo un po’, prende vie traverse. Però ora che mi hai detto così penso che mi impegnerò di più 🙂

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