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Alessandra

Ci sono persone che sono catalizzatrici di storie. Sono persone che attirano storie, e attirano persone con storie, e queste storie le tirano fuori, con una semplicità spiazzante. Non è sempre facile avere a che fare con queste persone, perché di solito sono particolari e destabilizzanti, ma se, in qualche modo, riesci a sintonizzarti sulla loro lunghezza d’onda è subito magia.Io conosco almeno una persona così, e oggi l’ho rivista dopo un paio di anni, e mi sono sentita il cuore gonfiare e mi è piaciuto un sacco.

Correva l’anno 2011, ero all’ultimo anno di ingegneria, il traguardo della laurea vicinissimo, e l’ombra lunga della crisi aveva colpito anche Marito, che all’epoca era solo il Fid. Non ci giro intorno, col suo stipendio quasi dimezzato non ce la facevamo più, avrei forse potuto chiedere aiuto a casa, ma non mi sembrava giusto, per cui decisi, per quegli ultimi mesi che mi rimanevano prima di essere Ing. e di avere un lavoro, di tornare a fare la cameriera, come avevo fatto nelle estati delle superiori.

Non per vantarmi, ma sono proprio una brava cameriera, ho un’ottima memoria e sono professionale, non ho la verve dei veri bravi camerieri, ma una sala me la gestisco bene (a volte ho pensato di essere meglio come cameriera che come ingegnere, ma mi sto impegnando un mucchio perché non sia così, e sono fiduciosa!).

Una volta presa la decisione ho battuto tutti i ristoranti della zona, finché (dopo circa tre ore di ricerca, fortunella) non mi sono trovata in un posticino di cui neppure sospettavo l’esistenza, Sapori d’Oriente, a chiedere a una ragazza giovane e dai lunghissimi capelli neri se avesse bisogno di una cameriera. Lei (soggetto!) ha spalancato gli occhi e mi ha chiesto chi me l’avesse detto, visto che proprio il giorno prima aveva inviato a un giornale un’inserzione per la ricerca di una cameriera! Il resto è storia, ho lavorato lì fino alla laurea, per 8 lunghi mesi in cui ho studiato e lavorato, ininterrottamente, dormendo pochissime ore per notte e vedendo i draghi, ma riempiendomi la vita di soddisfazioni e di cose nuove e a me sconosciute.

Alessandra è un’irregolare (so che sarebbe fiera di sentirsi definire così), una donna splendida e piena di energia e di idee, che non ha mai accettato di uniformarsi a quello che è il “sentire comune”. Nel suo ristorante non c’erano menu, perché cambiava i piatti con una frequenza vertiginosa, per cui aveva giusto una lavagna con i generici prezzi di primi e secondi e io dovevo recitare tutti i piatti, descrivendo con cura le materie prime e la loro provenienza, e infatti in quel ristorante eravamo sempre in ritardo. Ma sto parlando troppo di me, quando ero partita per spiegare perché Ale è la mia “catalizzatrice” di storie preferite.

Dentro quel ristorante non potevi trovarti bene se avevi furia, perché i ritmi di Ale sono poetici, ogni quadratino di zucchina, ogni filo di carote, potevi essere certo che lei te l’aveva affettato sul momento, perché secondo lei la verdura pretagliata perdeva di sapore, ma se eri disposto ad aspettarla e a darle fiducia ciò che veniva fuori dalla sua cucina poteva davvero stordirti. E quando te lo portava, con i suoi capelli meravigliosi e lo sguardo luminoso, e ti raccontava come le era venuto in mente di mettere un po’ di cavolo viola nelle seppioline scottate facendo diventare violette anche loro, io vedevo i clienti perdersi ipnotizzati nei suoi racconti. Ho provato a raccontare anche io i suoi piatti, ma non facevo lo stesso effetto, forse perché non erano miei e forse anche perché io non sono una “catalizzatrice”. Quante volte, a fine servizio, i clienti si fermavano a raccontarle le loro avventure, quante storie origliavo mentre sparecchiavo e portavo gli ultimi dolci e caffè. Ale mi ha insegnato a fare un ponce alla livornese di cui vado fierissima e mi ha insegnato che ci sono tanti modi diversi per vivere la propria vita. Proprio io, un po’ ingegnera inside, che programmo e preparo tutto, mi trovavo immersa in una realtà naif e un po’ improvvisata ma piena stracolma di talento. Ero io la puntuale della situazione, quella noiosa che richiamava alla realtà il sabato sera quando mi sembrava che il nostro aperitivo andasse troppo per le lunghe. Ero io a dettare i tempi, a brontolare quando in quella magica cucina la meraviglia prendeva il sopravvento sulla realtà, a richiamare all’ordine .

Ricordo benissimo quando Ornella Vanoni venne a mangiare da noi: rimase incantata da Alessandra, e le lasciò una dedica bellissima su un tovagliolo rosso fuoco “Ad Alessandra che, come me, vive di passione”.

È stato un periodo meravigliosamente faticoso, quello, col mio brutto carattere sto bene solo quando ho la vita stipata di roba, e quello è stato forse il momento in cui ho davvero iniziato a prenderne consapevolezza, grazie a quel lavoro sono cresciuta e sono cambiata, e oggi, che sono andata a mangiare lì con Marito e Nano, ho abbracciato forte la mia Ale, dicendole, proprio col cuore, che ogni volta la sua bravura mi lascia senza parole (è che mi aveva mandato un pezzettino del suo cheesecake con ricotta e carbone vegetale nella base che non avevo ordinato che era buono in un modo stupefacente) e lei ha ricambiato dicendomi quello che, sempre, mi rende orgogliosissima, “sei stata la miglior cameriera che abbiamo mai avuto qui”!

(Ci sarebbero altre mille cose e storie da raccontare. Magari prima o poi verranno fuori.)

 

 

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6 thoughts on “Alessandra

  1. Sono stato a lungo (molto) anche io uno studente che nei fine settimana o durante la stagione estiva faceva il cameriere (e moltissime altre cose). Mi piaceva molto farlo. Grazie per questa bella storia, mi hai riportato in mente le notti in cui si faceva tardi e ci si alzava comunque presto la mattina dopo, le persone piene di storie strane che ho incontrato lavorando in sala e le tante buone amicizie che sono nate con i colleghi di lavoro. Ci voleva proprio! 🙂

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