Reading is sexy · Senza categoria

Laborioso, laborioso, laborioso

“Signore, in che modo muore un uomo quando è privato della consolazione della letteratura?”  “In uno di questi due modi,” disse “pietrificazione del cuore o atrofia del sistema nervoso.”

Io non lo so proprio come muore, però so come starei io senza leggere. Sarei meno viva, e di certo mi raggrinzirei come una prugna secca. Certi libri, infatti, ti regalano, mentre li leggi, una sensazione di “pienezza” indescrivibile. Questa pienezza, personalmente, me la sento traboccare principalmente dal collo alla pancia, perché è una sensazione fisica vera e propria. Di solito succede così. Io sono sul treno, e leggo qualcosa di molto bello. Mi sento nel petto gonfiare qualcosa tipo palloncino, scende nella pancia e risale su su fino alla gola. Allora di solito smetto un attimo di leggere e mi guardo intorno. Normalmente sono un esserino piuttosto scorbutico, specie sul treno, e nessuno cerca mai di attaccare bottone con me (forse perché sono sempre immersa in un libro!), ma in questi momenti di pienezza io cerco qualcuno a cui regalare questa epifania. Perché la lettura mi rende più generosa, e mi regala momenti di felicità così assoluta che io sento l’imperativo morale di condividere le pagine che me l’hanno provocata. Poi incontro sguardi sconosciuti e assonnati (se è il treno delle 6.43) o stanchi e anche un po’ scocciati (se è il treno delle 18.34 o delle 18.59), e comunque vince la timidezza e io me ne torno al mio librino senza stalkerizzare nessuno sul perché sia assolutamente fondamentale che corrano in biblioteca o in libreria a comprare il librino in questione!

Quando ho preso in biblioteca Ghiaccio-nove lo sapevo che stavo prendendo un libro potenzialmente splendido. Lo sapevo perché, la scorsa estate, Mattatoio N.5 mi aveva fatto pensare che Kurt Vonnegut fosse uno dei Miei Scrittori, quelli che parlano direttamente a te, quelli che basta una loro pagina e tu capisci che, tutta la vita, la loro voce, incontrata volontariamente o per caso, sarà una melodia alla quale sarà impossibile rimanere indifferenti!

Ghiaccio-nove è la storia di uno scrittore che vuol raccontare cosa stavano facendo i padri della bomba atomica, anzi, Il Padre della bomba atomica, Felix Hoenikker, uno scienziato geniale ma totalmente incompetente a livello emozionale, il giorno in cui la bimba è scoppiata su Hiroshima. Per far ciò incontra le persone che hanno gravitato attorno allo scienziato, tra cui i tre eccentrici figli, e proprio con loro vivrà casualmente un’avventura molto molto particolare nell’isola di San Lorenzo. Il Ghiaccio-nove è l’apocalittica invenzione di Felix, che segnerà proprio l’incontro del protagonista con i figli dello scienziato.

Attraverso una trama e un linguaggio che sembrano quasi quelli di una favola, Kurt si staglia imponente come voce contro, contro la guerra, contro la cecità umana, contro l’irresponsabilità di certa scienza, contro la mancanza di empatia, e lo fa mantenendo sempre un tono leggero e pieno di minuta, dolce ironia, quell’ironia scevra del suo lato più tagliente, quell’ironia che si riserva a qualcuno che si sa essere totalmente imperfetto. 

Ed è proprio questa lettura sospesa tra il sorriso e il palloncino che ti si gonfia dentro quella che rende noi amanti dei libri così fortunati. Quanti pendolari possono dire di aver vissuto un momento di pura felicità un lunedì mattina sul treno delle 6.43? Per questo io non so come muore un uomo privato della consolazione della letteratura, ma so cosa significa per me questa consolazione, un regalo che vorrei poter fare a tutti. 

È con la sua dolce ironia che Kurt regala a un personaggio secondario e perfino appena appena ridicolo (ma sempre senza cattiveria), quello che credo sia il discorso più significativo sulla guerra che abbia mai letto.
“Sto per fare una cosa che si addice poco a un ambasciatore” dichiarò. “Sto per dirvi quello che penso veramente.” 

Forse Minton aveva aspirato troppo acetone, o forse aveva un presentimento di quello che stava per capitare a tutti, tranne che a me. Ad ogni modo, fu un discorso sorprendentemente bokononista quello che pronunciò.

“Siamo riuniti qui, amici, per onorare Li Siento Maratorzi dela Zemucratzia, bambini morti, tutti morti, tutti assassinati in guerra. È tradizione, in giorni come questo, chiamare ‘uomini’ questi bambini perduti. Io non posso chiamarli uomini per questa semplice ragione: che nella stessa guerra in cui morirono Li Siento Maratorzi dela Zemucratzia morì anche mio figlio. 

 “E la mia anima insiste nel farmi piangere non un uomo ma un bambino. 

 “Non dico che i bambini, in guerra, non muoiano come uomini, se devono morire. A loro eterno onore e a nostra eterna vergogna, muoiono come uomini, rendendo possibile, in questo modo, il virile giubilo delle feste patriottiche.

“Ma sono egualmente bambini assassinati. 

“E io vi propongo che, se dobbiamo offrire il nostro sincero rispetto ai cento bambini perduti di San Lorenzo, noi trascorriamo il resto di questa giornata disprezzando ciò che li ha uccisi: cioè la stupidità e la malvagità di tutta la razza umana.  

“Forse, quando noi commemoriamo le guerre, dovremmo toglierci gli abiti e  dipingerci di azzurro e camminare a quattro zampe per tutto il giorno e grugnire come porci. Questo sarebbe indubbiamente più appropriato della nobile oratoria e della parata di bandiere e di fucili bene oliati.

Un’ultima cosa su questo splendido libro. Riporto da Wiki la definizione del bokononismo, la religione inventata da Kurt, professata nell’isola di San Lorenzo.

Si tratta di un credo basato dichiaratamente sulla menzogna: il suo principio fondamentale è che tutte le religioni esistenti – incluso il bokononismo stesso – siano costituite unicamente da bugie. Tuttavia, se tali bugie sono innocue, possono permettere a chi crede in esse di avere una vita felice, e tale è appunto lo scopo del Bokononismo.

Quando i bokononisti vogliono commentare le incredibili complicazioni della vita, quanto queste li lascino perplessi, dicono “Laborioso, laborioso, laborioso” (“Busy, Busy, busy” in lingua originale, una delle rarissime volte in cui mi piace più la traduzione dell’originale). Quanto mi piace ripetermelo fra me e me, quando sono incasinata, come una vera, fervida, bokononista!

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6 thoughts on “Laborioso, laborioso, laborioso

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