Reading is sexy

Maschere per un massacro, Paolo Rumiz

Comincio questo post chiedendo scusa per la mia ignoranza. Come ho già scritto altrove, quando sono entrata in questa fissa “balcanica” sapevo poco e nulla della guerra che ha sconvolto quei paesi tra il ’91 e il ’95 (anche ora, dopo un paio di libri e diverse ore passate in rete a cercare di informarmi, mi sembra di aver capito pochissimo, ma facciamo finta di nulla). Per fare outing completo, aggiungerò che non avrei saputo disporre Bosnia ed Herzegovina, Serbia, Montenegro (Croazia sì, perché ci sono stata in ferie -.-) e le loro capitali su una cartina muta (almeno questo ora saprei farlo, quindi non posso dire che le mie letture siano state completamente inutili!).Cercando quindi una lettura che mi aiutasse a capire, la mia scelta è caduta su “Maschere per un massacro”, di Paolo Rumiz. Un giornalista che aveva vissuto in prima persona la transizione da paese in pace a paese in guerra, nonché inviato durante il conflitto, mi sembrava la fonte migliore per riuscire a capire i motivi che hanno portato a questa tragedia, mi sembrava che potesse arrivare a spiegarmi come il clima abbia potuto diventare tanto infuocato da scatenare una guerra fratricida.

Devo dire che, sotto moltissimi aspetti, questo libro mi ha chiarito le idee. Innanzitutto mi ha spiegato come un contrasto etnico possa essere facilmente inasprito, volontariamente, dai media e da politici privi di scrupoli, mi ha mostrato come si possa generare un conflitto forzosamente, semplicemente con poche, orribili mosse, mi ha ricordato come sia facile toccare i nervi scoperti in un paese che soffre difficili condizioni economiche, alcuni meccanismi mi sono perfino suonati estremamente familiari alla situazione odierna in Italia (e davvero non so spiegare quanto tutto ciò mi spaventi). Quindi buono, buonissimo.

Quello che invece mi è tornato un po’ meno, ripeto, da una posizione di completa ignoranza, è quando Rumiz mi dà come tesi accertata il fatto che in realtà questa guerra sia stata provocata da un contrasto sociale, nella fattispecie, se ho ben capito, montanari (e quei montanari scesi in città che non sono riusciti ad integrarsi) vs cittadini. Con i montanari dipinti come esseri primitivi, malvagi, talmente invidiosi del crogiolo di cultura che la città racchiude in sé, talmente inaspriti contro la città che è riuscita ad amalgamare e a far convivere le diverse etnie, da volerla radere al suolo, insieme alla cultura da essa rappresentata. A questo punto sono in difficoltà. Davvero si può dividere, così, manicheamente, (si dice?) una società e scaricare in toto le colpe su una delle due fazioni? Non voglio ovviamente dire che questo fattore non abbia contribuito a fomentare gli scontri, voglio solo dire che mi suona strano che questo sia Il Motivo della guerra. Mi torna molto di più pensare che Il Motivo siano stati fattori economici, infatti mantenere lo status quo di ruberie e corruzione poteva essere diventato difficile di fronte a una classe media sempre più “scafata” ed evoluta, e inasprire deliberatamente le differenti etnie e “classi sociali”, passatemi il termine, poteva essere la soluzione, e certo si poteva indirizzare la guerra a far sì che fosse la classe che dava più noia a patirne di più gli effetti.

Non vorrei risultare presuntuosa (come mi permetto di giudicare quello che scrive qualcuno che è stato testimone diretto?) ma quello che più mi è suonato stonato è stata la descrizione “lombrosiana” dei popoli non cittadini. Cacchio, mica sono rimasti uomini di Neanderthal! Certo, un maggiore isolamento, con la conseguente maggior chiusura mentale, può averli resi più semplice da manipolare (anche se, onestamente, non mi sentirei affermare con sicurezza che oggi, con l’accesso incredibile che abbiamo alle informazioni, con il mondo spalancato di fronte a noi grazie alla rete, siamo diventati immuni al lavaggio del cervello, anzi!) per infiammare l’orgoglio etnico, ma insomma, di manipolazione si tratta.

La mia impressione è che questo libro sia stato scritto molto “a caldo”, quando la sofferenza da inviato di guerra era viva e acuta. Ovviamente questa scrittura di getto porta con sé pregi e difetti. Uno dei pregi più cristallini è che, pur essendo un saggio, questo libro ha decisamente cuore. Io mi sto struggendo per Sarajevo (e, inutile dirlo, sto progettando un viaggio nei Balcani su cui Marito è un po’ scettico, ma so già di poterlo convincere agile :), spero di poter andare, verso aprile!), voglio vedere com’è oggi, voglio vedere le tracce della guerra, ma soprattutto la sua rinascita, voglio scoprire come funziona una società multietnica (dicevo un paio di post fa dei germi dell’intolleranza che a volte, con infinita vergogna, mi sento nascere dentro, e di come leggere mi aiuti a bastonarli (funziona, gente, funziona, leggete leggete leggete!)), ecco, vorrei andare più a fondo in questa questione, e ora come ora mi sembra che andare nei Balcani sia fondamentale), voglio vedere chiese, moschee e sinagoghe, e cristiani, islamici ed ebrei che si guardano senza sospetto (idealismo? Non lo so, ma se è così ne vado fiera, vuol dire che non sono ancora vecchia cinica e disillusa).

Il difetto di questa scrittura di getto, invece, è che l’emotività che lo permea in alcune parti dà l’impressione di eccessivo coinvolgimento, che porta a una mancata obiettività (lo so benissimo che la perfetta obiettività non è di questo mondo, ma in un saggio, suppongo, andrebbe rincorsa con un certo rigore, e qui ho l’impressione che manchi questa operazione) e forse una prefazione molto più approfondita, scritta alla luce degli avvenimenti successivi, sarebbe stata utile.

Un’ultima cosa. Io non riesco ancora a capacitarmi del massacro di Srebrenica. Proprio non arrivo a concepire che l’ONU possa aver accettato di sacrificare la vita di 8000 persone. Io non ce la faccio, più o meno un giorno si e un giorno googlo Srebrenica, e cerco di capire, cerco di afferrare il passaggio che mi sfugge, quello che fa sì che l’indifferenza, l’ignoranza, la cattiveria, laddove vorresti solidarietà e giustizia, trionfino. Non ho ancora capito, per niente, ma è solo una nuova domanda che si va a sommare alle infinite che ho affastellate in mente, e che mi offuscano la vista quando si parla di violenza e guerra, due cose che proprio non riesco a concepire (mentre, purtroppo, posso capire l’intolleranza, ma cerco sempre di remarle contro!).

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5 thoughts on “Maschere per un massacro, Paolo Rumiz

  1. Ogni volta che c’è una guerra, purtroppo, qualsiasi tipo di guerra, l’uomo mette in campo il peggio di sé. E al suo confronto il diavolo fa una ben misera figura. Per quanto riguarda il massacro di Srebrenica, da documenti e rivelazioni emerse negli ultimi anni sembra abbia fatto parte di un accordo politico tra Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti e vertici dell’Onu per la ricerca della pace ad ogni costo e con qualsiasi mezzo. In nome della realpolitik si è preferito sacrificare, o quanto meno “non impedire” il massacro dei bosniaci, pur di raggiungere un accordo con i serbi. Accordo che infatti fu stipulato da lì a poco, nel novembre/dicembre del 1995. Secondo chi ha indagato la faccenda non si può affermare con certezza che le potenze occidentali fossero a conoscenza dall’entità del massacro che sarebbe seguito, ma le prove dimostrano che erano a conoscenza dell’intenzione esplicita di Ratko Mladic di far scomparire completamente la popolazione bosniaca musulmana dall’intera regione. Di fronte a fatti di questo genere, che purtroppo si ripetono nel corso dei secoli, come se l’Uomo fosse impossibilitato ad agire secondo principi di umanità, saggezza e giustizia, rimango anch’io ogni volta sconcertata e rattristata. Alla fine sono sempre gli interessi economici, politici e di potere che decidono le sorti di migliaia o milioni di persone, al di là di quello che tentano poi di farci credere. Non mi pronuncio sul punto di vista di Paolo Rumiz, quello relativo al contrasto tra montanari e cittadini, anche perché non mi è affatto chiaro e dovrei prima leggere il libro, però ti ringrazio per aver condiviso con noi riflessioni e stati d’animo, soprattutto quelli espressi nelle ultime righe del post, nei quali peraltro mi rispecchio parecchio.

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  2. ti sei fatta una cultura su questo argomento… ne avrei proprio bisogno anch’io perché devo confessare che sono ancora più ignorante di quanto non lo fossi tu. Sai, io odio le guerre e solo a parlarne ci sto male e allora evito di approfondire quegli argomenti: non guardo film e non leggo libri..è un po’ come mettere il capo sotto terra per non vedere.. mi limito ai notiziari e poco più..ma anche per sopportare quelli mi ci vuole forza di volontà 😦

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    1. Io sono come te, ecco perché faccio tanta fatica a capire, io sono assolutamente sicura che non potrei mai usare violenza su nessuno, perché non appena vedo qualcuno stare male sento il bisogno di intervenire per aiutare. Però ora sento il bisogno di approfondire, proprio perché non capisco, alla fine credo che la sofferenza causata da queste letture non vada sprecata!

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      1. sicuramente no. Ogni passo che facciamo per imparare è un dovere verso noi stessi e per la società in cui viviamo… Io per il momento sono confinata nella matematica, quando andrò in pensione qualcosa cambierà…

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