My trainings · Qualche volta corro

28

Quando rincorri un sogno, non importa se al resto del mondo potrà sembrare una rincorsa insensata, devi essere pronta a fare dei sacrifici. Così a me, ieri mattina, non importava di dovermi svegliare alle 6, né di partire con il buio in un luogo sconosciuto, e neppure di essermi dimenticata il marsupio con le borraccine da 250ml e dover fare il lungo senza bere, figuriamoci degli altri genitori (nostri compagni di avventura, ci siamo sparati 1000 km per seguire i nostri Nani in questo torneo pugliese e ci stiamo divertendo come matti!) che mi prendevano in giro. Io, ieri mattina, dovevo partire per il mio lungo, niente mi avrebbe dissuaso. 

I dubbi erano moltissimi, avevo fatto 22km due settimane fa, mentre la settimana scorsa ero a letto con la febbre a 39, eppure sapevo di dover rischiare qualcosa, rincorrere questa Maratona, ormai, è diventato un bellissimo pensiero fisso che mi accompagna sempre, ogni chilometro, è un po’ uscire dalla mia comfort zone, è una scommessa con testa gambe e cuore che so di poter perdere, ma che rende la mia vita più succulenta! 

Dunque è deciso, obiettivo 28 km, mi allontanerò 14 km dell’albergo e poi, in qualche modo, dovrò tornarci.

Alle 6.20, quando mi affaccio sul lungomare di Gallipoli, è ancora buio, e ho un po’ di timore. So di dover seguire sempre il lungomare, ma non ho altri punti di riferimento, non so se percorrerò strade isolate, non so se dovrò affrontare salite, so solo di dover andare avanti 14 km, e poi tornare a casa. I primi km scorrono via sereni, il mare mi accompagna, in tutta la sua bellezza, ma mi accorgo di non essere perfettamente in forma, probabilmente la febbre della scorsa settimana, il rapido recupero forzato e il viaggio del giorno prima non mi hanno giovato, ma non sono realmente preoccupata. Correre, anche a lungo, significa mettere tanti passi in fila, e io so di dovermi limitare a continuare ad andare avanti comunque, la testa c’è, sento che mi assiste, dunque le gambe mosce mi seguiranno loro malgrado (porelle). 

In realtà i miei pensieri sono rivolti all’incredibile solitudine che mi circonda, una volta passato l’hotel Caroli, infatti, che sembra chiudere il lungomare di Gallipoli, incomincia una lunga strada nel mezzo a una terra di nessuno (presumo che in estate ci sia il mondo, ma il 29 di ottobre, alle 7, in giro ci sono solo io). Le pochissime macchine che mi passano vicino sfrecciano a una velocità decisamente eccessiva, e io sono un po’ intimorita. Quando dei ragazzi in macchina mi suonano col clacson e tornano indietro per urlarmi oscenità mi spavento anche un po’ (ma ho il cellulare pronto a chiedere aiuto, pensate di potermi fermare, stupidi stronzetti vigliacchi?), ma continuo, imperterrita a correre. Passo lungo una strada che corre parallela al mare a circa 300-400 M di distanza, immersa in una macchia bassa e profumata, con stormi di uccelli (che credo siano storni) che si muovono in gruppi immensi e mi fanno compagnia (decidessero di cacarmi addosso tutti insieme mi affogherebbero, ma hanno pietà di me :)). 

Ormai manca poco a tornare indietro, e arrivo a Marina di Mancaversa. Qui entro un po’ in crisi. Il paesino, che sarà sicuramente delizioso in estate, è ora un deserto desolato, e, mentre mi guardo intorno nella speranza di vedere qualcosa di bello, due cani di dimensioni notevoli iniziano ad abbaiarmi contro. Io normalmente non ho la minima paura dei cani, ma l’episodio della macchina, qualche km prima, mi ha lasciata un po’ scossa, per cui mi agito un po’ anche se loro, poverini, tornano indietro appena li sorpasso, lasciandomi tranquilla.

Quando il Garminuccio trilla felice “14” faccio dietrofront. Mi accorgo allora che mentre scorrazzavo, ignara, si è alzato un bel vento, che deve avermi aiutato all’andata (anche se non saprei dire a che punto ha cominciato a soffiare), ma che ora mi rema contro, implacabile. Dentro di me penso che devo esserne felice, mi aiuterà ad abituarmi alla sua eventuale presenza, a Firenze (la Pollyanna de’ noartri), ma in realtà faccio una bella fatica ad andargli contro, e al 20* km sono decisamente stanca. Ho sete già da diversi km, e questa sete mi frena dal ciucciare le bustine di miele che mi sono portata (prese all’ultimo momento la sera prima al bar dove abbiamo bevuto il caffè) per scongiurare i cali di zuccheri (non ho mangiato niente prima di partire). C’è una frase di Cesare Pavese che ho letto la sera prima di partire e che mi aiuta in questi ultimi 8 km:

Non temiamo il destino. Non ci tireremo indietro.

Prima di essere schiuma saremo indomabili onde.

Quando l’ho letta mi ha dato i brividi, e mi ha convinta a rischiare, nonostante i dubbi, questi 28 km. 

Al 25*, però, finisco gli zuccheri. Basta, non ce ne sono più, rallento perché le gambe smettono di funzionare e non ho altra scelta se non ciucciare i 2 mielini. Dopo qualche centinaio di metri gli zuccheri iniziano a girare, e io riparto a un passo accettabile, dopo aver terminato il km 26 in oltre 7 minuti. A questo punto sarà solo sofferenza. La sete mi brucia la bocca, nella quale il dolciastro residuo del miele sembra quasi una tortura cinese, le gambe non ne vogliono più sapere, ma io non voglio camminare, non ancora, camminare sarà probabilmente la mia salvezza alla maratona, ma oggi no, se arranco correndo oggi allora in qualche modo potrò arrivare in fondo ai miei 42195 m, riporto la distanza che mi manca ai miei percorsi usuali, quando manca un km e mezzo dentro di me penso che ho appena passato l’accademia della crusca (il punto in cui manca un km e mezzo all’arrivo quando corro in pausa pranzo, cosa non si fa per Ingannare gambotte affaticate!) poi vado coi giri di pista, tre giri, due, ultimo… “CRI, criiiiii!” Incrocio marito, che si preoccupa vedendomi correre ingobbita e stravolta, ma io gli urlo solo “devo andare non ce la faccio”, con la voce quasi spezzata, ed ecco l’albergo. Giù alla reception trovo le mamme dei compagni del Nano che mi hanno visto tante volte, nelle nostre trasferte, tornare da correre, ma mai in questo stato. Corro in camera, dove c’è ad aspettarmi la bottiglietta dell’acqua, e bevo, finalmente, per cancellare l’orribile sapore dolciastro che mi aleggia in bocca, inizio a spogliarmi per fare la doccia e improvvisamente mi piego in due in lacrime. È un pianto liberatorio, piango tutta la sofferenza degli ultimi tre chilometri, piango perché non mi sono fermata, piango per la stanchezza e le gambe pesanti, piango perché sono orgogliosa di me. A questo punto irrompe Marito in camera, che si preoccupa, giustamente, allora io piango e rido, contemporaneamente, per quanto sono sciocca e “brutta capona testarda” come inizia a apostrofarmi lui :).

Sembra impossibile pensare che in 28 km ci siano così tante emozioni stipate insieme, sembra impossibile che una corsa solitaria significhi così tanto, per chi la vive, eppure per me queste tre ore (poco meno) resteranno un ricordo indelebile, e non importa se non finirò la mia maratona (anche se lo spero con tutto il cuore e certamente darò l’anima), ancora una volta è il viaggio che ti accompagna alla tua gara ciò che conta davvero, e questa volta il mio viaggio è stato un po’ spezzato, un po’ tronco, ma bastano le emozioni di questo sabato a farmi capire che, vada come vada, sarà indimenticabile. 


Grazie al mare di Gallipoli, che mi ha aiutato, grazie a Cesare Pavese che mi ha incoraggiato, grazie ai podcast che mi hanno accompagnato, grazie a testa gambe e cuore che ci sono state!

Annunci

9 thoughts on “28

    1. In effetti, nonostante io ami moltissimo Pavese, questo non sembra proprio il suo stile consueto, però è tratto dai “dialoghi con Leucò” che finora, onestamente, non avevo mai avuto intenzione di leggere! Magari ora ci ripenso!

      Liked by 1 persona

  1. Mi è venuta voglia di farmi una bella corsetta…ah ah ah
    Però la prossima volta studiati un poco il percorso prima di partire e controlla se ci sono eventuali fontanelle d’ acqua !!
    Complimenti vivissimi 28 sono una bella lunghezza !!!!

    Liked by 1 persona

    1. Non è mica facile scoprire se lungo un certo percorso ci sono fontanelle!!! Comunque onestamente fare questi lunghi in lande completamente sconosciute è un po’ destabilizzante (quindi voglio rifarlo!), però magari con le mie borraccine e sto pensando anche allo spray al peperoncino!

      Mi piace

    1. Non lo so, ma in questo caso è stata sofferenza per raggiungere un obiettivo, forse è il fatto di fare dei sacrifici per qualcosa di difficile che amiamo a darci queste sensazioni di crescita! Comunque le sensazione è che, poste su una bilancia, il piatto della soddisfazione surclassi quello della sofferenza!

      Mi piace

  2. ma… ma solo a me viene amorevolmente da cazziarti un gocciolino? :-*
    stai attenta apina, lo spray al peperoncino prenditelo se hai intenzione di affrontare altri percorsi sconosciuti, e anche, non lo so perché non corro, ma va bene per il fisico fare 28 km senza colazione e senza acqua?
    mi verrebbe da ipotizzare che lo stop mentale successivo sia stato legato al trauma di questa corsa. che dici, possibile?
    un abbraccio, spero che non prenderai male questo commento, è solo che pur non conoscendoti di persona mi sono affezionata e mi preoccupo! ♥

    Liked by 1 persona

    1. 🙂 non sei stata l’unica a cazziarmi, stai tranquilla! Riguardo a acqua e colazione dipende un po’ da persona a persona, io se corro fino a 15 vado digiuna, alcuni sverrebbero al terzo, ma 28 sono decisamente troppi senza un minimo sostegno! Purtroppo mi ero preparata per tutto tranne per quello! Che testa!

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...