Reading is sexy

La masseria delle allodole, Antonia Arslan

Mentre leggevo questo libro, continuamente, mi risuonavano in testa due parole: “Restiamo umani”.
Non le avevo mai sentite urgenti come durante questa lettura. In realtà leggere questo libro mi ha aiutato pochissimo a capire. Mi ci ero avvicinata a aspettandomi un saggio, cercando risposte in modo quasi scientifico e invece queste pagine volevano dirmi una cosa importante quanto e forse più delle risposte che cercavo. Volevano dirmi di non dimenticare la compassione, quella compassione intesa nel senso latino di cum patior, soffrire insieme, percepire emozionalmente la sofferenza altrui desiderando di alleviarla (thanks Wiki). Ogni giorno al telegiornale ascoltiamo notizie di morte e sofferenza, ci sono atrocità ignorate nel mondo, e la nostra patina di indifferenza e cinismo cresce, deve crescere, non possiamo sentire ogni singolo dolore sulla nostra pelle, perché non sopravvivremmo, e nel contempo non possiamo dimenticare. Le tragedie non sono numeri, le tragedie sono tanti singoli individui trucidati, e ognuno di loro meriterebbe dignità e ricordo. Per ognuno di loro dovremmo lottare perché non si ripeta. Questo libro a me ha detto questo.

Ha iniziato raccontandomi di una famiglia armena, ed è stato facile innamorarsi della famiglia Arslanian, così immersa nel suo mondo e nelle sue tradizioni, lontane e diverse, ricche di umanità. Mi ha fatto affezionare a loro, mi ha fatto desiderare di conoscere di più di queste genti lontane, e mi ha instillato la sofferenza per la loro sorte, implicita nel tema stesso del libro.

L’empatia per la famiglia ti permette di sentire più intensamente il dolore, e fa male, io mi sono ritrovata a dover interrompere per non piangere sul treno, ho avuto la febbre alta e gli Armeni sono entrati nel mio delirio, non è stato semplice andare avanti nella lettura (e non è semplice ora che sto leggendo Maschere per un massacro, Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia, di Paolo Rumiz), non è stato semplice eppure mi è sembrato necessario. Il valore letterario dell’opera passa un po’ in secondo piano rispetto al tema trattato, la lettura è scorrevole e, nella prima parte, quando conosci gli Arslanian, anche molto piacevole, ma dal momento in cui gli uomini vengono trucidati, e, forse ancora di più, quando le donne si trovano immerse nella sterminata Anatolia, vessate, affamate, insanguinate, sole, abbrutite dalla sofferenza, ti dimentichi di star leggendo un libro, smetti di far attenzione alle frasi, lo sguardo rotola lungo le righe ansioso di seguire quelle persone lontane.

Quando ho deciso di leggere questo libro cercavo le risposte a quelle domande che ultimamente mi stanno particolarmente a cuore, e che riguardano la fase di transizione tra una convivenza problematica ma pacifica e la guerra. Come avviene, quanto è graduale, quanto se ne ha la percezione? A volte penso che il motivo per cui queste domande sono così impellenti dentro di me sia il fatto che ho paura. Ho paura guardandomi intorno e scoprendo sempre più intolleranza, ho paura quando i germi dell’intolleranza li sento dentro di me (e capita, mi vergogno tantissimo, ma capita). A mano a mano che andavo avanti col libro mi dimenticavo di queste domande (ma niente paura, sono di nuovo pronta a rompere le palle con questa questione) e cominciavo a chiedermi come sia stato possibile, e, ovviamente, la domanda principessa: cosa avrei fatto io?

L’evidenza ci dice che comportarsi in modo disumano è semplicissimo, l’esperimento Milgram ci ha raccontato che non importa essere vissuti in Germania nel periodo del nazismo per seguire un’autorità riconosciuta nel male, e suppongo che non avrò mai le risposte che cerco. Forse però è importante continuare a porsi queste domande, forse sono una sorta di vaccino all’insensibilità, il fatto stesso che io mi accorga dei germi dell’intolleranza (in troppi non si pongono neppure il problema), mi fa pensare che in qualche modo queste riflessioni funzionino, preferirei che tali prodromi non nascessero neppure, ma nell’eventualità ecco che voglio voglio voglio stroncarli sul nascere.

Mi rendo conto di aver parlato veramente poco del libro, e sono riuscita a esprimere pochissimo di quello che vorrei dire, dei nodi che mi salivano dentro, del desiderio di chiuderlo e pensare solo “pace amore e unicorni rosa”, e del contemporaneo e contraddittorio desiderio di parlarne, al Nano, in primo luogo, perché sia mai detto che i famosi germi gli sboccino dentro, al Marito, ché parlare con lui di solito è la mia fonte di serenità, ai colleghi, per capire cosa ne pensavano e per sentire il loro punto di vista (una stalker, più o meno).

Ecco io non so se è stupido scriverlo, ma tanto ormai ho stalkerizzato tutti, se avete qualche idea, se in qualche modo vi siete risposti alle domande che mi faccio anche io, non esitate, davvero, sento proprio il bisogno di scambiare opinioni su questo argomento.

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4 thoughts on “La masseria delle allodole, Antonia Arslan

  1. Anche io sto attraversando un periodo simile al tuo… Proprio un’oretta fa, portando a spasso il cane, proseguendo la lettura di “Lettere contro la guerra”, di Tiziano Terzano, ho letto un passaggio che si ricollega al tuo desiderio di “restare umani”. Eccolo:

    “Mi dica, che cosa spinge l’uomo alla guerra?” chiedeva Albert Einstein nel 1932 in una lettera a Sigmund Freud. […] La morte risparmiò a Freud giusto in tempo gli orrori della seconda guerra mondiale. Non li risparmiò invece ad Einstein, che divenne però sempre più convinto della necessità del pacifismo. Nel 1955, poco prima di morire, dalla sua casetta di Princeton in America dove aveva trovato rifugio, rivolse all’umanità un ultimo appello per la sua sopravvivenza: “Ricordatevi che siete uomini e dimenticatevi tutto il resto”.

    E Terzani conclude questo stesso capitolo rivolgendosi alla Fallaci:

    Ti saluto, Oriana e ti auguro di tutto cuore di trovare pace. Perché se quella non è dentro di noi non sarà mai da nessuna parte.

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  2. Bellissimo commento. Noto con piacere che questa lettura ti ha mosso dentro qualcosa di forte, di profondo, spingendoti a mettere in discussione anche un modo (generale e personale) di valutare le cose. Se tutti si facessero le domande che sei riuscita così bene ad esporre in questo articolo, se tutti si ponessero dei dubbi di fronte ai segnali di un’intolleranza propria o altrui, forse un po’ alla volta le cose cambierebbero. Ad un certo punto hai detto che riflettere su tali questioni aiuta anche a non abituarsi all’orrore, preserva dal rischio di diventare distaccati, superficiali o peggio ancora insensibili… Ecco, non potevi pensarlo e scriverlo meglio. E del libro non hai detto affatto poco, ma anzi sei riuscita ad estrapolarne la parte più importante e necessaria, e quindi tutto. Una riflessione emotiva che proviene da una lettura fatta col cuore vale più di qualsiasi altra cosa.

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    1. Sì, è decisamente un libro da leggere col cuore, ieri sera guardavamo con il Nano la cartina dell’Anatolia, cercavo di fargli capire la strada che avevano fatto, vorrei davvero che lui, che ancora più della nostra generazione vive un momento di totale assuefazione alla violenza, riuscisse a mantenere l’anima intatta!

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