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L’ultimo rigore di Faruk

Sono nata nell”86, i miei primi ricordi del telegiornale sono la Guerra del Golfo e gli attentati a Falcone e Borsellino. Ricordi lontanissimi e inquietanti, ricordo bene la preoccupazione di mamma durante i tg, ricordo i miei tentativi di capire cosa stesse succedendo e le discussioni che ne scaturivano.

Una seconda ondata di ricordi “telegiornalistici” mi riporta alla memoria invece Mani Pulite (adoravo Di Pietro e la sua toga, lo invidiavo notevolmente per la sua presenza scenica!), il processo di Pacciani e, infine, la guerra in Bosnia ed Erzegovina.

Forse perché sono state le mie prime “prese di coscienza” di un mondo esterno grande, ostile e abbastanza incomprensibile nei suoi contrasti, questi avvenimenti sono diventati, con il passare del tempo, delle piccole “passioni”, nel senso che sono andata cercare di ristudiarne le radici, ho letto libri (ho continuato ad essere affascinata da Di Pietro!!), etc. La guerra in Bosnia ed Erzegovina, però, non so neppure perché, mi è rimasta abbastanza oscura. Al di là di spulciare Wikipedia, al di là di leggere gli eventuali articoli che mi capitavano, non avevo mai realmente approfondito (e, ancora, ho solo iniziato a scalfire la superficie della questione) e, ogni volta che ho fatto domande a persone più grandi di me, sono rimasta abbastanza insoddisfatta (ma ripensandoci, se tra quindici anni mi chiederanno delucidazioni sulla guerra in Siria, cosa saprò davvero spiegare? Debbo rimediare).

La cosa che mi risultava di difficile comprensione, in particolare, era la fase di transizione. Come era avvenuto il passaggio dalla Jugoslavia alla sua dissoluzione? Quando e in che modo le tensione era cresciuta così tanto da portare al terribile conflitto che ha funestato quelle zone? Non so se vi è capitato, ma lo stesso genere di domande, per esempio, io me le sono poste anche sulla Germania nazista, e sul processo che ha portato al genocidio ebraico: come è stato possibile il passaggio da paese tutto sommato accogliente, nei confronti degli ebrei (certo, l’antisemitismo era sempre esistito, eppure dovevano starci benino, altrimenti, immagino, non ci sarebbe stata una comunità così nutrita), a aguzzino di un intero popolo? (Se avete questa curiosità vi suggerisco di leggere La famiglia Karnowski, una delle sezione del libro racconta proprio questo passaggio ed è incredibilmente doloroso, eppure riesce a rendere il processo di acutizzazione dell’odio e dell’intolleranza quanto più comprensibile possibile (ancora più doloroso il pensiero di vedere così tante analogie con quello che sta succedendo attualmente)).

Insomma, dopo aver letto Ultime storie e altre storie, di Vollmann, in cui due dei racconti più belli sono ambientati proprio in Bosnia, uno durante il conflitto, l’altro al termine di questo, l’urgenza di provare a colmare la mia lacuna si è riacutizzata, e proprio in quei giorni mi è capitata sott’occhio la trama de “L’ultimo rigore di Faruk” (finalmente mi è venuto in mente dove, l’ha letto un mio “vicino” su anobii!). In questo libro Gigi Riva (che non è il calciatore ma un caporedattore dell’Espresso inviato in Bosnia ai tempi della guerra) intreccia la storia delle ultime partite della nazionale Jugoslava, al mondiale Italia ’90 (<3 non lo sentite un friccicorino al cuore? Io sì, anche se avevo solo 4 anni!), con l’implosione della sua unità nazionale. Procede parallelamente raccontando il processo di disgregazione che ha proceduto di pari passo tra la squadra e la federazione. Sembra quasi che lo sport nazionale, in questo caso, faccia da catalizzatore di una situazione di per sé esplosiva. Ed è doloroso intrecciare le vicende sportive con quelle politiche, perché lo sport, a qualunque livello, dovrebbe essere, prima di tutto, gioia e condivisione. Perfino il calcio, parzialmente rovinato dagli interessi che gli girano attorno, deve la sua magia all’incredibile stupore con cui un bambino o una bambina scoprono quanto sia bello e quanto dia soddisfazione correre dietro a un pallone. Quando tutta questa energia viene canalizzata, a causa dell’insano nazionalismo di politici che sfruttano le tifoserie come falangi armate, nella dissoluzione, diventa davvero difficile controllare la deflagrazione.

Questo non è un libro cerebrale. Questo è un libro di pancia e di cuore, che ci pone di fronte a un quesito. Come reagiremmo di fronte alla disgregazione di qualcosa che ci eravamo abituati a considerare indissolubile? Quanto siamo di sposti a fare per la convivenza, quanto accettiamo il fatto che sempre più persone vedano nel vicino un nemico?

La conoscete la storia di Bosko e Admira? Qui il link che la racconta, ogni volta che la leggo mi domando cosa abbiano pensato negli 8 anni della loro storia, cominciata in una Sarajevo pacifica, nella quale, credo, il loro amore era legittimo, e continuata in un ambiente sempre più intollerante, fino al tragico finale, come abbiano avvertito e vissuto il precipitare della situazione.

Qual è il punto di non ritorno dell’odio? Ed esiste questo punto, o si può sempre mettere un freno? Chi, delle persone che mi circondano, potrebbe arrivare ad odiarmi, solo per le mie origini, la mia religione, la mia etnia, le mie diverse abitudini? (E do per scontato di non esserne capace, ma rimarrei davvero così ferma e ostinata nelle mie posizioni di non violenza?)  Come è possibile non riuscire a vedere le analogie di queste escalation di odio con quello che sta succedendo proprio oggi, qui in Italia?

Come dicevo, ho appena iniziato a scalfire l’argomento, e ho la ferma e irremovibile intenzione di approfondire di più, perciò ho prenotato in biblioteca Maschere per un massacro- Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia, di Paolo Rumiz, se però avete altri suggerimenti per aiutarmi a capire (senza andare su libri esageratamente complessi, altrimenti sul treno a volte rischio di perdere la concentrazione), sono grata a chiunque mi possa aiutare.

 

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7 thoughts on “L’ultimo rigore di Faruk

  1. Interessante. Non saprei consigliarti dei libri sull’argomento, ma sembra che quello di Rumiz sia chiaro, ben scritto (da quanto ho letto in giro) e soprattutto attendibile, visto che segue dagli anni ’80 gli eventi dell’area balcanica anche come giornalista. Secondo me vai sul sicuro.

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  2. Penso che Paolo Rumiz sia quanto di più preciso e chiarificatore si possa trovare per l’argomento. L’ho avuto per le mani un paio di anni fa, cercando il coraggio di leggerlo. Penso che dovessi affrontare qualche crudele malattia, o un’estate particolarmente rovente, forse ce la farò. Come osservi bene, affrontare la dissoluzione di un mondo, e forse è proprio questo che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno, è estremamente doloroso.

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  3. Ciao Cri, bello questo tuo post. Non ho risposte sebbene fossi gia’ piu’ grande di te in quel periodo.. di cui ho ricordi foschi, gli aerei (i caccia) che passavano in continuazione sopra le nostre teste, l’atmosfera cupa del rischio di un coinvolgimento bellico. Avevo 18 anni e forse per questo la vivevo un po’ peggio.
    Una curiosita’, che mi casca sempre l’occhio su queste cose 🙂 ma l’ultimo rigore e’ di Frank (titolo) o Farouk?

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