Reading is sexy

Il grande sonno, Raymond Chandler

Ieri mattina
In questi giorni son estremamente sensibile a qualunque emozione (tutta colpa della Maratona).Stamani, sulla navetta che mi porta dalla stazione di Rifredi a lavoro, ho finito Il grande sonno, di Raymond Chandler. Normalmente non leggo sulla navetta, smetto quando scendo dal treno, ma questa mattina non potevo, perché mi mancavano poche pagine di un libro incredibilmente bello.

E poi l’epilogo. Così, di pancia, mentre mi sento letteralmente illuminata d’immenso da questo romanzo, credo sia l’epilogo più bello della letteratura americana con Il grande Gatsby. Forse solo davvero un pelino sotto. Quanta meraviglia e stupore. Questo è un picco, quasi come l’ultimo chilometro dei 35km, (come quello della maratona non mi azzardo, ma insomma). Un epilogo così si irradia dalla bocca dello stomaco e arriva fino alla punta delle dita, percorrendo tipo elettricità le braccia. Ora cerco di ricompormi, anche perché ho (avuto) da lavorare.

Oggi

Ieri mattina, appena terminato il librino, sulla navetta, scrivevo il pezzo sopra, oggi tento di darmi un contegno.

Chandler ha una classe fuori dal comune e questa classe l’ha trasmessa tutta al suo Philip Marlowe. Quanto fascino. Ogni cosa è perfetta in questo libro, la trama, i personaggi, l’atmosfera. Io sono una grande nostalgica di epoche mai vissute, e questi bar bui, con whiskey, bourbon e copiose nuvole di fumo mi stordiscono come un colpo ben assestato col calcio di una pistola (vorrei poi, ovviamente, svegliarmi tra le braccia di Marlowe).

“L’ufficio del principale era una stanza quadrata con una profonda finestra-veranda e un caminetto di pietra, dal quale un fuoco di ceppi di ginepro lanciava pallidi bagliori. L’alta zoccolatura di noce era sovrastata da una tappezzeria di damasco sbiadito; il soffitto era alto e remoto. Nella stanza c’era un odore freddo di mare.

La scrivania di Eddie Mars, nera e opaca, rappresentava una stonatura, lì dentro, come del resto sarebbe stato fuori luogo qualsiasi mobile fabbricato dopo il 1900. In un angolo c’era una radio-bar; un servizio da tè di porcellana di Sèvres faceva bella mostra di sé su un vassoio di rame, vicino a un samovar. Mi sarebbe piaciuto sapere a chi serviva.”

Questo è il tenore delle descrizioni di Chandler, mica pizza e fichi.

Non posso dir molto della trama senza spoilerare. Philip viene assunto da un vecchissimo infermissimo ricchissimo miliardario con due figlie estremamente scatenate per un lavoretto che per il Nostro è una passeggiata di salute. Un banale ricattucolo. Dietro a questo ricatto però si nasconde una trama più oscura da dipanare.

In realtà mi rendo conto di non essere in grado di scrivere nulla di intelligente su questo librino. È soltanto un libro da leggere, per l’eleganza e la classe che lo contraddistinguono, perché per me è stato un piacere perdermi tra le righe e assaporarne l’ordito armonico. Non riesco ad aggiungere altro perché nel suo genere è Il Libro Perfetto. E rimango qui a lambiccarmi il cervello per raccontare perché lo è e non so farlo.

Qui sotto metterei l’epilogo. Non va letto se non si è letto il libro, ma potrebbe capitare qualcuno, qua, che magari ha letto il libro molti anni fa, e siccome c’è così tanto da leggere e troppo spesso ci precludiamo il piacere della rilettura, non ha ben chiaro il ricordo di questo epilogo meraviglioso (anche se anche l’epilogo di Morte nel pomeriggio, ripensandoci, raggiunge queste vette). Io lo metto per loro. Enjoy. Attenzione Spoiler.

  
“La lasciai bruscamente e scesi nell’atrio. Non vidi nessuno, uscendo. Questa volta mi trovai il cappello da me. Fuori, i giardini ridenti sembravano stregati, come se mille occhi misteriosi mi guardassero da dietro i cespugli. Anche il sole aveva qualcosa di misterioso. Montai in macchina e scesi la collina. Che importa dove si giace, quando si è morti? In fondo a un pozzo melmoso o in una torre d’avorio sulla vetta di una montagna? Si è morti, si dorme il grande sonno, non ci si preoccupa più di certe miserie. 

L’acqua e il petrolio sono come il vento e l’aria, per noi. Si dorme il grande sonno, senza badare se si è morti male, se si è caduti nella sporcizia. Quanto a me, facevo parte di quella sporcizia, ora. Una parte ben più grande di Rusty Regan. Ma il vecchio no, non doveva; lui riposava tranquillo nel suo letto a baldacchino, le mani esangui intrecciate sul lenzuolo, in attesa. Il suo cuore era un sussurro breve, incerto. I suoi pensieri erano grigi come la cenere. E di lì a poco anche lui, come Rusty Regan, avrebbe dormito il grande sonno.

Mentre scendevo in città mi fermai a un bar e bevvi un paio di doppi whisky. Ma non mi servirono a niente. Riuscirono solo a farmi ricordare Parrucca d’Argento. E non l’ho più rivista.”

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4 thoughts on “Il grande sonno, Raymond Chandler

  1. Beh, grande scrittura direi. (ho letto solo la descrizione perché, guarda un po’, tu mi hai fatto venire voglia di leggere il libro e prima o poi lo troverò).
    E poi quel “Mi sarebbe piaciuto sapere a chi serviva.” che invita il lettore a indagare meglio nel libro :))
    Buona serata

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    1. Mi sento di garantire personalmente per questo libro, e non succede molto spesso perché talvolta, anche se ami molto un libro, ti rendi conto che ti ha colpito per motivi personali che avrebbero potuto lasciare indifferente un altro lettore. Non è questo il caso, tanta classe non può lasciare nessuno indifferente, credo 🙂
      Buona serata anche a te!

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