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Le intermittenze della morte, José Saramago

Il mio buon proposito di scrivere qualcosa di ciascun libro che leggo è durato da Natale a Santo Stefano. Il problema è che avrei troppo da dire (stupidaggini, eh, come sempre!) e troppo poco tempo per farlo :). Quindi, quando ho dieci minuti, non mi ci metto neppure. A dire la verità questa domenica pomeriggio ho avuto un po’ di tempo, ma i 35 km mi hanno talmente stancata che le uniche cose su cui sono riuscita ad applicarmi sono state: guardare tre puntate di due diverse serie (le ultime due di Sense8, di cui ho assolutamente intenzione di scrivere, prima o poi, e la seconda di Fortitude, di cui per ora ho poco da dire), scrivere il post sul lunghissimo e fare una torta per la colazione al cocco talmente facile e buona che sono ancora in brodo di giuggiole. Detto ciò, vediamo se riesco a mettere insieme giusto due parole in croce sugli ultimi librini letti.

Le intermittenze della morte, José Saramago

Nonostante Saramago sia un autore che ho amato moltissimo (Il vangelo secondo Gesù Cristo è un capolavoro assoluto, e anche Cecità e L’uomo duplicato veleggiano su livelli letterari altissimi, mentre Storia dell’assedio di Lisbona mi è piaciuto molto meno), erano diversi anni che non leggevo i suoi lavori, principalmente perché il suo stile è estremamente complesso, per cui avere l’ispirazione e l’urgenza di leggere i suoi librini non è così scontato. 

Quando ho letto, però, la trama de “Le intermittenze della morte”, mi si sono illuminati gli occhi, non potevo assolutamente attendere oltre, mi sono precipitata sul sito della biblioteca e ho prenotato il librino. 

In un paese non meglio definito la morte (rigorosamente minuscola, scopriremo infatti che esistono molte morti, al mondo, una per ciascun paese, che peraltro non si occupano degli animali, insomma, un mondo complesso e sconosciuto) decide di smettere di uccidere. Dal 1* gennaio del nuovo anno, per sette mesi, non muore nessuno. Questo mette ovviamente in moto una complessa serie di conseguenze, sviscerate da José con la consueta meticolosità, finché la morte non decide di riprendere il suo lavoro, con modalità, però, un po’ diverse dal consueto. 

Secondo me la trama è geniale, e Saramago la dipana con la maestria che sempre lo contraddistingue. Spesso i suoi libri (mi riferisco in particolare a Cecità) si portano dietro un’angoscia palpabile e opprimente, ma non è questo il caso, perché l’autore, nonostante la tematica, dispiega un’ironia che non ricordavo dai suoi libri precedenti, alleggerendo i toni di queste pagine che potrebbero risultare altrimenti assai cupi. L’ironia non impedisce però affrontare tematiche fondamentali, specialmente perché parte della storia è narrata proprio dal punto di vista della morte, per cui Saramago cerca di elevare la sua coscienza e renderla universale, come universale è la morte (per quanto in questo libro la morte in questione, come ho detto, si occupi esclusivamente degli abitanti di un certo paese). 

 

“Una delle cose che sempre più affaticano la morte è lo sforzo che deve fare su se stessa quando non vuole vedere tutto quello che in ogni luogo, simultaneamente, le si presenta davanti agli occhi. Anche in questo particolare assomiglia molto a dio. Vediamo. Benché, in realtà, il fatto non rientri fra i dati verificabili dell’esperienza sensoriale umana, siamo stati abituati a credere, sin da bambini, che dio e la morte, quelle due eminenze supreme, siano al tempo stesso in ogni luogo, cioè, siano onnipresenti, una parola, come tante altre, meticcia di latino e greco. In verità, però, è ben possibile che, nel pensarlo, e forse più ancora quando lo esprimiamo, considerando la leggerezza con cui le parole sono solite uscirci di bocca, non abbiamo una chiara coscienza di quello che ciò potrà significare. È facile dire che dio sta in ogni luogo e che la morte in ogni luogo sta, ma a quanto pare non notiamo che, se veramente stanno in ogni luogo, allora per forza, in tutti gli infiniti luoghi in cui si trovino, in ogni luogo vedono tutto quanto ci sia da vedere. Da dio, che per dovere d’ufficio deve stare contemporaneamente in tutto l’universo, perché altrimenti non avrebbe alcun senso averlo creato, sarebbe una pretesa ridicola aspettarsi che mostrasse un interesse speciale per quanto accade sul piccolo pianeta terra, il quale peraltro, e questo forse non è venuto in mente a nessuno, è da lui conosciuto con un nome completamente diverso, ma la morte, questa morte che, come avevamo già detto alcune pagine fa, è congiunta alla specie umana con carattere di esclusività, non ci toglie gli occhi di dosso neanche per un minuto, a tal punto che persino quelli che per il momento ancora non moriranno sentono che il suo sguardo li perseguita costantemente. Da qui potrà aversi un’idea dello sforzo erculeo che la morte è stata obbligata a fare in quelle rare volte in cui, per questa o quella ragione, nel corso della nostra storia comune, ha avuto bisogno di abbassare la sua capacità percettiva all’altezza degli esseri umani, cioè, vedere ogni cosa al posto loro, stare in ogni momento in un luogo solo.”

 Ecco, io sono rimasta incantata da queste righe, dalla capacità di astrazione di Saramago di immaginare lo sguardo di dio e della morte lasciando indietro la logica umana, per poi tornare, come nell’estratto sotto, a calarsi nell’individuo, toccando ognuno di noi. 

 “Dei momenti di debolezza nella vita chiunque potrà averli, e, se oggi ce l’abbiamo fatta senza, ce li avremo assicurati domani. Proprio come dietro la bronzea corazza di achille si è visto che pulsava un cuore sentimentale, e ci basterà rammentare quel pungente dolore di cui patì l’eroe per dieci anni dopo che agamennone gli aveva preso la beneamata, la schiava briseide, e poi quella terribile collera che lo fece tornare alla guerra urlando con voce stentorea contro i troiani quando il suo amico patroclo fu ucciso da ettore, anche nella più impenetrabile di tutte le armature fino a oggi forgiate e con promessa che continuerà così sino alla definitiva consumazione dei secoli, e qui ci riferiamo allo scheletro della morte, c’è sempre la possibilità che un giorno venga a insinuarsi nella sua orribile carcassa, così, quasi non volendolo, un dolce accordo di violoncello, un ingenuo trillo di pianoforte, o soltanto la visione di un quaderno di musica aperto sopra una seggiola che ti faccia ricordare quello cui ti rifiuti di pensare, che non avevi vissuto e che, qualsiasi cosa tu faccia, non potrai vivere mai, a meno che. Avevi osservato con fredda attenzione il violoncellista addormentato, quell’uomo che non sei riuscita ad ammazzare perché hai potuto raggiungerlo solo quando ormai era troppo tardi, avevi visto il cane acciambellato sul tappeto, e neanche quest’animale ti sarebbe stato permesso toccare perché tu non sei la sua morte, e, nella tiepida penombra della stanza, quei due esseri viventi che ti ignoravano arresi al sonno sono serviti solo ad aumentare nella tua coscienza il peso del fallimento. Tu, che ti eri abituata a potere quel che nessun altro può, ti vedevi lì impotente, con le mani e i piedi legati, con la tua licenza di uccidere zero zero sette priva di validità in questa casa, mai, da quando sei morte, ammettilo, eri stata umiliata a tal punto.”

 Se uno dei grandi doni che la letteratura ci fa è la possibilità di renderci, in qualche modo, parte di un universo più grande, così che io posso ritrovarmi nel Conte di Montecristo e leggere me stessa in David Copperfield, ecco che Saramago ci permette, per un istante, di entrare in una sorta di intima comunione prima con Achille, e poi, addirittura, con la morte, ed ecco che io, di tutto questo, ne vorrei ancora e ancora. 

La scrittura è sempre la sua, sublime per me e molti altri, insopportabile per alcuni, mi dicono dalla regia. Periodi lunghissimi e dalla punteggiatura quasi inesistente, molte volte ho avuto la necessità di tornare indietro per riallacciare gli intricati fili di un discorso che mi stava sfuggendo, io rimango sempre incantata di fronte a questo stile così particolare, lo trovo assolutamente non fine a se stesso, ma funzionale all’ampio respiro dei discorsi di José, al vorticoso salire e scendere dei suoi ragionamenti che acquisiscono fascino e importanza proprio per quest’uso non convenzionale della lingua. 

Le intermittenze della morte, dunque, scala immediatamente la classifica annuale, piuttosto esigua, per il momento, e si piazza solidamente in testa, staccando nettamente tutto il resto.

Nella fotina ecco il mio librino con una golosa colazione (leggere a colazione è uno dei piaceri della mia vita, uno dei regali più belli del fine settimana) fatta con latte e biscotti (io sono team Macine, quando si parla di Mulino Bianco, ma il Nano è in fissa con gli Abbracci, ed io mi sono adeguata). Una nota in particolare va alla mia vissutissima moka, che da 7-8 anni a questa parte mi prepara il caffè un giorno sì e uno no e che non cambierei con nessun’altra!

  

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One thought on “Le intermittenze della morte, José Saramago

  1. Quando parli di stile unico, originale, di discorsi dall’ampio respiro che salgono e scendono secondo i flussi del ragionamento, non puoi che parlare di Saramago 😉 Bisogna abituarsi un po’ a questo suo stile particolare, ma quando si prende il ritmo è una meraviglia. Mi hai fatto ricordare che dovrei rileggere il suo Gesù (sono passati anni dall’ultima volta), per parlarne un giorno nel blog. Le intermittenze è in lista d’attesa, ma verrà anche il suo momento… Secondo me sei brava a parlare delle tue letture, lo dovresti fare più spesso!

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