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Io e Tabby, vol II

Tra un mese meno 6 giorni tenterò di correre la mia prima maratona. Mi sembra assolutamente legittimo che uno si alleni con impegno certosino (diciamoci la verità, denotando un approccio al mondo e alla vita piuttosto malsano), senza mai saltare un appuntamento con la mitica Tabby, e poi, a un mese e qualche giorno dalla maratona, si ammali e passi 4 giorni con la febbre a 39 e 1/2, le vie respiratorie infuocate da un incendio e le gambe completamente andate.Mi sembra giusto che tutto questo succeda in corrispondenza della settimana più importante, quella che prevedeva il lunghissimo di 35 km, l’allenamento che avrebbe dovuto dare a gambotte gli ultimi chilometri, quelli che poi avrebbero permesso loro di correrne 42.

Dopo i primi momenti di disperazione, dopo aver vinto la tentazione di lagnare e strapparmi i capelli senza soluzione di continuità (non pensate che è solo uno stupido hobby, pensate che per tre mesi ho fatto dei sacrifici notevoli per correre SEMPRE quanto e quando Tabby comandava. Ho saltato cene, nonché partite del Nano per le quali egli è stato tentato di togliermii il saluto, mi sono data un contegno con l’alcol, messo la sveglia a orari improbabili, preso secchiate e secchiate di acqua, lanciato improperi contro folate di vento che facevano sputare sangue, insomma, la corsa mi ha dato moltissimo, ma altrettanto le ho regalato io, a cuor leggero) ho iniziato un lavoro su me stessa per convincermi che saltare il lungo non mi avrebbe impedito di correre la maratona, visto che chiunque sa che i mitici 42km vanno corsi moltissimo con la testa e io mi sto autofacendo un lavaggio del cervello convincendomi che sì, io li correrò anche con un lungo in meno.

Dunque lunedì, dopo 10 giorni di fermo assoluto, se si escludono 5km sul tapis roulant il sabato, fatti lottando contro i capogiri e sputando lucenti pezzettini di polmoni, sono tornata a correre davvero, fuori (correre sul tapis roulant non c’entra niente con correre, la teoria dice che, non dovendoti spingere avanti perché è il tappeto che ti scorre incontro, fai meno fatica, io in realtà ho sempre l’impressione di star per morire sul mefitico tappeto, non riesco a convincermi che sia solo la noia di essere al chiuso, sono assolutamente certa di essere fatta male, il tappeto va contro la mia natura).

Il collega che si è autoinflitto il mio ritmo di preparazione questo inverno, pur non volendo correre la maratona, santo subito, aveva un ginocchio dolorante, io mi ero preparata una fantastica playlist, ma avevo una fifa nera a partire in completa solitudine. Avevo paura di non farcela, mi sembrava che i muscoli delle gambe si fossero trasformati in robina gelatinosa, anche fare le scale mi sembrava un’indomita avventura. Per fortuna una splendida collega, di solito un po’ recalcitrante a venire con me perché sostiene che faccio troppi chilometri, trovandosi alle soglie della sua mezza maratona, ha accettato il mio caloroso invito (“ti prego, non lasciarmi sola, là fuori c’è un uomo nero pronto ad azzannarmi alle caviglie! Ho bisogno di qualcuno che mi dia coraggio”!) e insieme siamo partite.

È stata durissima, l’influenza è passata sul mio allenamento come uno schiacciasassi, 12 km a ritmo blando, che due settimane prima facevo in scioltezza chiacchierando piacevolmente, sono diventati il mio piccolo inferno personale, e l’ultimo km, che inizia circa all’altezza dell’Accademia della Crusca e che normalmente cerco di tirare un po’, l’ho corso mettendo consapevolmente una gambotta davanti all’altra, forzosamente. La fatica infame che ho fatto l’ho ripagata anche il pomeriggio, con un mal di testa lancinante e ho passato il martedì nel panico. Se 12 km erano stati così faticosi, se le gambe non rispondevano più, se respirare era diventato tanto duro, come avrei potuto pensare di correre il lungo rimandato (per non parlare della maratona, ma non ci pensiamo per il momento!)?

Poi oggi sono ripartita, ancora con l’adorata collega, altri 12 km alternando 5 minuti un po’ più tirati a 10 più blandi, ed è stata tutta un’altra storia. I quadricipiti continuano a essere più deboli di quanto vorrei, ma sono tornata a provare la meravigliosa sensazione di pensare di poter correre per tutto il giorno (sensazione quanto mai illusoria, l’ho provata anche la mattina dei 30, ma al 23° non lo pensavo più!) di andare e andare, senza forzare, senza pensare alla velocità, soltanto gongolando e godendomi le endorfine che pian pianino entravano in circolo.

E vabbè, ho ancora paura dei 35, sono ancora un pochino arrabbiata con l’influenza, avrei tanto voluto poter arrivare alla maratona proclamando felice di non aver saltato neppure un allenamento (sarebbe stato un pensiero assolutamente consolante!), ma sono di nuovo carica come una molla…

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2 thoughts on “Io e Tabby, vol II

  1. Deve essere proprio come dici, che la Maratona si corre molto con la testa, più che con le gambe, e per questo e per tutte le volte che sei uscita quando non avevi voglia, per le cene saltate, le secchiate d’acqua che hai preso, ora devi stringere i denti e fare un ultimo sforzo per realizzare l’impresa. Non mollare!!!

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