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Tabby ed io 

Tabella ed io siamo diventate amiche. Tabella (Tabby) è la mia compagna di avventura in questo cammino verso la Maratona, ma la nostra storia non è sempre stata serena. Quando è arrivata, preparata dal ragazzo che mi ha fatto il corso di tecnica di corsa, preparatore di innumerevoli maratoneti amatoriali e formidabile motivatore, ci siamo immediatamente guardate in cagnesco. Io ho la simpaticissima tendenza ad esagerare. Giusto un pochino, eh. Tabby invece voleva che facessi un cammino graduale e senza strafare. Tabby, su suggerimento del coach, mi aveva detto che lavoro molte ore al giorno, e nella preparazione di una gara conta anche questo, e di conseguenza mi ha proibito di correre 5 volte a settimana, come avrei desiderato, limitandomi a 4, e soprattutto mi faceva superare i 30 soltanto una misera volta. Per questo io e Tabby abbiamo fatto fatica a entrare in sintonia. Quando ci siamo conosciute ero appena stata ferma 15 giorni per un’infiammazione al piede e la voglia di correre mi attanagliava, sarei andata anche tutti i giorni, non volevo seguire programmi, volevo soltanto mettermi le scarpe e partire.Però era appena iniziato il 2016, e io mi ero ripromessa che questo era l’anno giusto per tentare la mia prima maratona, e per una cosa così serve tanta disciplina, non importa se nel mio caso era disciplina al contrario, NON andare, NON strafare.

Quindi ci siamo avvicinate, io e Tabby, abbiamo corso le prime volte insieme, lei mi ha fatto fare 3000m a tutto fuoco e mi ha dato dei ritmi, mi ha fatto correre, senza strafare, poi mi ha fatto fare gli 8×1000, ed in quel momento è scoppiato l’amore. Ogni volta che finivo i miei 8 mille metri, con 2 minuti di recupero, inizialmente, poi 1, col cuore a mille e le gambe che facevano cilecca, io mi sentivo più forte e fiduciosa. Ci sono state un paio di settimane di fiacca, di stanchezza e fame continua (il giorno dopo gli 8×1000 io mangerei anche voi, se mi passate davanti), ma poi ho preso il ritmo.

Tabby non è flessibile, non guarda il meteo, se ti dice di correre tu devi andare, per questo motivo domenica e lunedì, nonostante il tempo inclemente, io sono partita, incurante della pioggia e del vento, per i miei, rispettivamente, 18 e 10km. Ora, io lo capisco, davvero, che vedere una stordita correre sono la pioggia battente sia una cosa assurda, lo capisco perché fino a qualche mese fa anche io scuotevo il capo(ne) con un sorrisetto ironico, ma voi non avete idea. Non avete idea di cosa vuol dire sentire i rivoletti scorrere giù per il collo e continuare ad andare, sentire le scarpe farsi sempre più pesanti e continuare ad andare, la pioggia che ti acceca, ma tu continui ad andare, il vento che ti rema contro e tu butti giù la testa e dici alle gambe di aumentare, per vincerlo, arrivare in fondo e sapere che la pioggia e il vento non ti hanno fermato, puoi correre ad abbracciare Tabby, lei è contenta perché tu sei una forza. (Così contenta che si è lasciata convincere a mettermi un lungo in più. Speriamo di non dover maledire il momento in cui l’ho implorata per farlo!).

Io lo chiamo “Effetto Leonida”. Una combinazione di endorfine e autostima che ti stampano un sorrisetto pacioso in faccia e un’imperturbabilità perfetta (Seneca e il suo De tranquillitate animi mi fanno un baffo, dopo 18 km a zuppo). Allego documentazione fotografica. (Ma come si coniuga il fatto di alzarsi e andare a correre sotto il diluvio di domenica mattina con la pigrizia totale se devo fare le faccende? Mistero!).

  
  

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