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Un podio anomalo

Avrei un milione di cose da raccontare. Del mio infortunio, per esempio, sono ferma con la corsa dal 23 dicembre per un’infiammazione al piede (ma domani riparto, dajeeee), dei meravigliosi 3 giorni passati con i compagni di squadra del Nano in un agriturismo nelle colline volterrane, delle menate lavorative (ah, no, quelle no, sennò poi mi tocca privatizzare il tutto!), dei librini letti (ho letto il mio primo Doctorow e mi è piaciuto un sacco, devo ancora raccontare di quanto è bravo King quando scrive racconti) e delle serie tv che mi sto sparando col Nano (TBBT, siamo quasi in pari, Daredevil, siamo a metà, The missing, appena scaricata ma non vedo l’ora di iniziarla, Doctor Who, quando sono sola perché piace solo a me!) e di altre varie ed eventuali.Ma (non si inizia una frase con ma!!!!) mi ero ripromessa di scrivere un post dei migliori librini letti quest’anno e non ho intenzione di rimangiarmi la promessa, perciò, prima di farmi distrarre, eccolo!

In realtà è una classifica strana, perché ho solo un podio, coi primi due gradini ben definiti e il terzo sul quale si strizzano ben tre librini, perché non ce la faccio, proprio no, a trovare un ordine tra questi tre. Cambio idea da un giorno all’altro, perciò alla fine mi sono rassegnata.

3° gradino del podio (occupato da 3 librini, rigorosamente in ordine alfabetico)

Il lungo addio, di Raymond Chandler

Io non bevo whiskey (non sapevo neppure come si scriveva, ho dovuto cercarlo su google), non mi piace, però se potessi scegliere dove rileggere questo libro sarebbe sicuramente in un bar semivuoto, su una poltroncina di pelle rossa, e un bicchiere di whiskey di fronte. Non ne berrei moltissimo di whiskey, perché questo libro non si legge da ubriachi, vorrei solo sentire il bruciore in gola e un lieve stordimento mentre accompagno Philip Marlowe nelle sue avventure. E’ praticamente impossibile raccontare quanta classe abbiano questo libro e il suo protagonista, posso solo invitarvi a leggerlo e a immaginarvelo come Humphrey Bogart. 

La cura Shopenhauer, di David Irvin Yalom

Avevo scritto ben due post, a suo tempo, su questo libro. Ne incollerò qui solo una piccola parte.


Sono a circa 1/2 del libro e per ora ho avuto un sacco di Schopenhauer (come il titolo con grande onestà mi suggeriva) e pochissimo Nietzsche. Ora, io ricordo pochissimo di S, dalle superiori, ricordo però molto bene che i più bravi a filosofia erano folgorati da questo personaggio, mentre io ne ero davvero infastidita. A causa del suo pessimismo abbacinante io non riuscivo non solo a riconoscermi, ma, tale il rifiuto, neppure a godere delle profondità delle sue intuizioni (che pare siano quasi uniche nella storia della filosofia). La cosa bella del mio librino è che sembra darmi ragione, alcuni personaggi, come me, provano un rifiuto cosmico per S. mentre il personaggio fastidiosissimo motore del libro vive pensando come questo filosofo, eppure so, o penso di sapere, che la situazione, in qualche modo, si ribalterà, con quella sensazione bellissima che ti danno alcuni libri, quando non capisci dove vanno a parare, e sei divisa tra il terrore che un buon libro vada a farsi benedire con un prosieguo improbabile e la curiosità. Con certi autori, però, questo dilemma non ti si pone. Hai talmente fiducia in loro che tu non sai dove andranno a parare, ma sei leggiadramente fiduciosa che lo sappiano loro. Questo libro è così. Non so come succederà che il personaggio insopportabile si evolva in qualche modo, in realtà non so nemmeno se lo farà, ma comunque sia mi fido di Irvin, e questa fiducia liquida che mi pervade la cavità toracica e addominale mentre leggo (che bella sensazione :D, stamani non volevo scendere dal treno e andare al lavoro, volevo fare la mia tratta in su e in giù un numero sufficiente di volte a finire il librino) ho la sensazione che sia collegata al fatto che è uno psicoterapeuta, e come si evince in questo libro deve aver l’abitudine professionale di essere molto bravo a prenderti per mano e portarti dove vuole (in luoghi della mente utili per te!). Ho riempito il mio librino di note, anche molto personali, mi sento davvero legata a queste pagine. 

L’ho letto a gennaio e a distanza di quasi un anno riesco ancora ad evocare le sensazioni meravigliose che mi ha lasciato questo libro. Sono pagine molto preziose.

Noi non abitiamo più qui, di Andre Dubus

Anche di questo incollo due righe che avevo scritto, a caldo, ad agosto.


Stamani, di fronte a un cappuccino al bar della stazione, un cappuccino con il cacao a forma di cuore (non ho resistito all’impulso di farcelo mettere, perché siamo rimasti tre pendolari in croce, e questa cosa fa iniziare la giornata con una sensazione agrodolce di solitudine eroica un po’ decadente, o più probabilmente mi sento così annoiata che mi immagino le sensazioni) ho finito un libro così bello che dopo mi volevo mettere a piangere, sulla banchina mentre aspettavo il treno, e lottavo col pizzicore agli occhi.

Sono tre storie che parlano di adulterio, e se siete un po’ bigotti come me storcerete il naso. Vi invito a non lasciarvi ingannare dal tema. Questi libri parlano di vita e di cosa significhi riuscire davvero a trovarsi nei panni di qualcun altro. Una sensazione incredibile, assoluto privilegio di noi lettori.

2° gradino del podio

Tutti i giovani tristi, di Francis Scott Fitzgerald 

Non conoscevo questi racconti di Francis Scott Fitzgerald, e non mi spiego come sia possibile che giacciano quasi dimenticati. E’ il Francis di Gatsby, quello che troviamo in queste pagine, perché Gatsby non è altri che il re di tutti i giovani tristi raccontati da FSF, il sunto finale, supremo e magnifico, di tutte le luci verdi che si allontanano fluttuando. 

1° gradino del podio

La strada, di Cormac McCarthy

Questo è il mio libro dell’anno. Cormac, che è un fucile, che spara diritto al cuore. La trama è banale, un padre e un figlio che cercano di sopravvivere in un futuro postapocalittico. Niente cowboy. Niente cavalli. Solo un uomo e un bambino. E mentre cerchi di raccapezzarti, mentre giri pagina come se non ci fosse un domani, Cormac scava, lascia un solco incolmabile dentro. Forse il libro più potente che abbia mai letto, colmo di una vitalità prorompente. Grazie Cormac, Grazie davvero.

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2 thoughts on “Un podio anomalo

  1. Mi hai incuriosita parlando di Chandler e Dubus, penso che li metterò in lista 🙂 Pensa che di Cormac ho finito da poco “Non è un paese per vecchi”, ma purtroppo non mi ha catturata come il film… (dove un mostruoso Javier Bardem ti catalizza l’attenzione e ti traumatizza per quanto è bravo nella parte del cattivo)… Insomma, avrei fatto meglio a leggere prima il libro e poi vedere il film. Di King hai letto per caso Stagioni diverse? (è da un po’ che ci penso….).

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    1. Con Chandler, secondo me, vai sul sicuro. Dubus, forse, è più particolare, io per esempio con le sue tematiche sono un po’ in difficoltà, specialmente a ingranare, dopo è una meraviglia. Stagioni diverse l’ho letto la prima volta molti anni fa, e l’ho riletto quando il Nano si è appassionato al film Stand by me. Non so quanta familiarità hai con SK, se ti piace la sua scrittura con Stagioni diverse vai sul sicuro, è quasi quanto di meglio abbia scritto, però c’è un sacco di gente che lo trova noiosissimo (leggendo in queste giorni le recensioni di A volte ritornano me ne sono proprio resa conto) e di sicuro va messo da parte un po’ di snobismo quando lo si legge (non che tu sia snob, però sei abituata a livelli di scrittura molto più complessi). Mi sembra che tu abbia un bimbo più o meno dell’età del mio (12 anni), se posso permettermi ti consiglierei una lettura parallela, a me ha dato un sacco di emozioni leggerlo col Nano 🙂

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